Analisi e articoli più recenti
di Khaled Abu Toameh • 27 maggio 2026
La Turchia, Stato membro della NATO, è diventata un centro operativo, logistico e finanziario fondamentale per l'infrastruttura terroristica globale di Hamas. Sul piano ideologico, oltre che militare e finanziario, Erdogan ha manifestato apertamente il proprio sostegno ai leader di Hamas. Nella foto: Erdogan (a destra) rende omaggio al defunto leader di Hamas Ismail Haniyeh al Parlamento di Ankara, il 3 gennaio 2012. (Foto di Adem Altan/AFP via Getty Images)
Per anni il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha portato avanti un ambiguo doppio gioco: presentandosi all'Occidente come mediatore regionale e alleato responsabile della NATO, e trasformando al contempo la Turchia in una base sicura per i terroristi di Hamas, al di fuori della Striscia di Gaza. Le nuove rivelazioni emerse dalle indagini dei servizi di sicurezza israeliani hanno mandato in frantumi ogni illusione sul fatto che il rapporto tra la Turchia e Hamas si limiti a un mero "sostegno politico" o a un "impegno sul piano diplomatico". Le prove indicano uno scenario ben più allarmante: la Turchia è diventata un centro operativo, logistico e finanziario primario della rete terroristica globale di Hamas. I Paesi che favoriscono il terrorismo non possono al contempo essere considerati partner indispensabili nella lotta contro il terrorismo.
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di Ahmed Charai • 24 maggio 2026
Il lavoro non sarà concluso con la distruzione di singoli asset militari, ma lo sarà quando il regime non potrà più ricostruire le reti di missili, droni e proxy che gli consentono di minacciare la regione. Nella foto: un missile balistico ipersonico Fattah viene mostrato durante la parata militare annuale a Teheran, il 22 settembre 2023. (Foto di AFP via Getty Images)
Il 4 maggio scorso, la Repubblica Islamica dell'Iran ha lanciato una nuova ondata di attacchi con droni e missili contro gli Emirati Arabi Uniti, stretto alleato degli Stati Uniti e Paese non in guerra con l'Iran. Questo attacco è avvenuto nonostante l'accordo di cessate il fuoco siglato l'8 aprile scorso. Colpendo gli Emirati Arabi Uniti, Teheran ha chiarito in modo inequivocabile un punto, ossia che non rispetta i cessate il fuoco, il diritto internazionale e nemmeno la moderazione. Gli Stati Uniti hanno offerto a Teheran numerose opportunità. Il regime non ha superato alcuna prova di credibilità. Ha mentito sulle sue ambizioni nucleari, armato gruppi terroristici proxy, destabilizzato il Medio Oriente, minacciato le rotte marittime commerciali, represso il proprio popolo e ha costruito una macchina bellica regionale dietro la facciata diplomatica.
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di Drieu Godefridi • 10 maggio 2026
L'Europa non è priva di risorse energetiche. Le manca la volontà politica di utilizzarle. Le sole risorse di petrolio e gas del Mare del Nord rappresentano un tesoro inestimabile. Finché i decisori politici europei non affronteranno le radici ideologiche di questa strategia controproducente, e non daranno priorità alla sicurezza e alla prosperità dei propri cittadini rispetto a visioni utopistiche, il continente continuerà la sua deriva verso la deindustrializzazione, la povertà diffusa e l'irrilevanza strategica. Nella foto: una sezione della piattaforma di gas britannica Rough 47/3B Bravo nel Mare del Nord, il 17 giugno 2024. (Foto di Leon Neal/Getty Images)
La politica energetica dell'Unione Europea ha raggiunto un livello di autolesionismo ideologico che persino i suoi critici più severi difficilmente avrebbero potuto immaginare. L'economia globale continua a basarsi in larga misura sui combustibili fossili. Trasporti, produzione di energia elettrica, industria pesante, riscaldamento e produzione di materie plastiche dipendono tutti da essi. La Commissione Europea, in un momento di tensione geopolitica, ha finalmente riconosciuto questa verità. Quando le tensioni aumentano in punti nevralgici come lo Stretto di Hormuz, Bruxelles si unisce agli appelli internazionali per mantenere aperti i flussi energetici, ammettendo implicitamente che la civiltà moderna non può funzionare senza un approvvigionamento affidabile di idrocarburi. Il 19 marzo 2026, il Consiglio Europeo, composto dai capi di Stato e di governo dei 27 Stati membri dell'Unione Europea, ha rilasciato una dichiarazione, in cui si afferma:
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di Guy Millière • 7 maggio 2026
Coloro che detengono il potere all'interno delle strutture governative dell'UE stanno compiendo ogni sforzo possibile per garantire che i partiti favorevoli alla sovranità nazionale e contrari all'immigrazione incontrollata e all'islamizzazione dell'Europa siano tenuti lontani dal potere, nonostante il crescente sostegno da parte degli elettori. Nella foto, la sede della Commissione Europea, a Bruxelles., in Belgio. (Foto di Emmanuel Dunand/AFP via Getty Images)
Francia, 15 dicembre. Due uomini, Jacques Baud e Xavier Moreau, che avevano espresso commenti online sulla guerra in Ucraina, hanno scoperto di essere tra le 12 persone sanzionate dall'Unione Europea con l'accusa di diffondere propaganda a favore del governo russo. Alcune delle 12 persone sono propagandiste, ma non loro. Finora non ci sono prove che abbiano legami con Mosca o con le agenzie di intelligence russe.
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di Bassam Tawil • 4 maggio 2026
Alla luce delle crescenti accuse relative a presunti legami tra Al Jazeera e organizzazioni terroristiche, i decisori politici dovrebbero valutare l'adozione di misure decisive, designando formalmente Al Jazeera come entità che sostiene il terrorismo. Nella foto: la sede centrale di Al Jazeera a Doha, in Qatar. (Foto di Karim Jaafar/AFP via Getty Images)
La morte di un altro "giornalista" palestinese che lavorava per l'emittente televisiva qatariota Al Jazeera ha ancora una volta suscitato indignazione e condanna da parte di alcuni membri della comunità internazionale. Tuttavia, chi si è affrettato a denunciare Israele per aver preso di mira il "giornalista" con base a Gaza trascura una consistente quantità di prove che indicherebbero come lui e alcuni suoi colleghi palestinesi fossero, di fatto, membri attivi di organizzazioni terroristiche. Secondo le Forze di Difesa Israeliane (IDF), Mohammed Wishah, un "reporter" di Al Jazeera ucciso in un raid aereo israeliano l'8 aprile scorso, non era semplicemente una figura mediatica. Sarebbe stato un "terrorista chiave" nell'ala militare di Hamas, Izz a-Din al-Qassam, coinvolto nella produzione di armi, tra cui razzi e droni, e impegnato nella pianificazione attiva di attacchi contro soldati israeliani e lo Stato di Israele.
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di Pierre Rehov • 24 aprile 2026 10:04
Il popolo iraniano ha dimostrato ripetutamente di non identificarsi con i governanti che pretendono di parlare a suo nome. Si tratta di una popolazione tenuta in ostaggio, non di una nazione unita a sostegno del proprio regime. Nella foto: iraniani protestano contro il regime il 9 gennaio 2026, a Teheran. (Foto di MAHSA/Middle East Images/AFP via Getty Images)
Una delle interpretazioni errate più persistenti e pericolose del confronto militare con l'Iran è l'ostinata confusione tra un regime ideologico brutale e il popolo che opprime da quasi cinque decenni. Non è un caso. Teheran ha da tempo compreso che la sua migliore difesa non sono i missili o i suoi proxy, ma il controllo della narrazione. Nelle capitali occidentali, dove la chiarezza morale troppo spesso cede il passo all'opportunismo politico, questa confusione genera una strana paralisi: il timore di "nuocere al popolo iraniano" serve da pretesto per tollerare un regime che quella popolazione l'ha colpita in modo ben più crudele e sistematico di quanto abbia mai fatto qualsiasi potenza esterna.
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di Majid Rafizadeh • 13 aprile 2026
Con la Repubblica Islamica dell'Iran, un cessate il fuoco non indica necessariamente un reale cambiamento degli intenti. Più verosimilmente esso rappresenta una pausa tattica: serve ad allentare la pressione, riorganizzarsi e guadagnare tempo sotto la copertura della diplomazia. Si tratta di un regime la cui leadership è divisa tra chi parla e chi decide. I politici possono sedersi al tavolo delle trattative, ma la linea d'azione finale è dettata dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) e dall'apparato di intelligence. Nella foto: un corteo funebre con striscioni in memoria di alti ufficiali dell'IRGC uccisi negli attacchi israeliani, in piazza Enqelab a Teheran, il 28 giugno 2025. (Foto di Majid Saeedi/Getty Images)
L'Iran ha dichiarato di aver accettato un cessate il fuoco di due settimane (salvo poi violarlo, intenzionalmente o meno, nel giro di pochi minuti) e l'avvio di negoziati. A prima vista, l'intesa potrebbe sembrare un passo significativo. Tuttavia, nel caso della Repubblica Islamica dell'Iran, un cessate il fuoco non indica necessariamente un reale cambio di rotta. Come ben sanno il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump e i suoi negoziatori, è più probabile che si tratti di una pausa tattica per allentare la pressione, riorganizzarsi e guadagnare tempo sotto la copertura della diplomazia.
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di Ahmed Charai • 9 aprile 2026
La decisione del primo ministro Netanyahu, insieme al presidente Donald Trump, di affrontare l'Iran non è stata avventata. È stata un atto di coraggio. Nella foto: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump stringe la mano al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante una conferenza stampa, il 29 dicembre 2025, a Palm Beach, in Florida. (Foto di Joe Raedle/Getty Images)
Il 7 ottobre, Israele non è stato semplicemente attaccato. L'obiettivo era distruggerlo. Il massacro fu orchestrato non solo per uccidere innocenti, ma anche per inviare un messaggio, ossia che il terrore poteva umiliare Israele, traumatizzarlo, isolarlo e costringerlo alla ritirata. Nelle ore e nei giorni che seguirono, tra scene di massacri, rapimenti e lutto nazionale, si avvertiva il riaffiorare di un'antica illusione. Molte voci, apertamente o in modo sommesso, sostennero che quel massacro segnava l'inizio della fine di Israele. Si sbagliavano. Israele non è crollato. Si è rialzato. Ha dato sepoltura ai propri morti, ha lottato per i propri ostaggi e ha assorbito un colpo che avrebbe annientato molte nazioni. Ma Israele ha inoltre compreso qualcosa di essenziale: se il 7 ottobre doveva restare un orrore anziché diventare un modello, non bastava colpire soltanto la mano che aveva compiuto il massacro. Occorreva affrontarne la fonte.
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di Majid Rafizadeh • 6 aprile 2026
Intere generazioni di iraniani hanno vissuto sotto un apparato statale che considera la vita umana sacrificabile; eppure, per decenni, la comunità internazionale non solo ha chiuso un occhio, ma ha anche attivamente finanziato e reso possibile questo orrore che dura da mezzo secolo. Nella foto: il presidente iraniano Masoud Pezeshkian partecipa a una parata militare a Teheran in cui viene esposto un missile "Qasem Soleimani", il 21 settembre 2024. (Foto di Atta Kenare/AFP via Getty Images)
Per 47 anni, il mondo ha sopportato un regime che ha costantemente inflitto terrore, sofferenza e violenza sia all'interno dei propri confini che in tutto il globo. La Repubblica Islamica dell'Iran, fin dalla sua nascita nel 1979, ha costruito la propria identità sulla repressione, la brutalità e l'esportazione di un'ideologia radicale. Decine di migliaia di suoi cittadini sono stati uccisi, torturati o imprigionati semplicemente per aver espresso il loro dissenso o per aver rivendicato quelle libertà fondamentali che noi diamo per scontate. Il regime ha represso le proteste, messo a tacere i giornalisti e fatto ricorso alla paura e all'intimidazione per mantenere la propria presa sul potere. Intere generazioni di iraniani hanno vissuto sotto un apparato statale che considera la vita umana sacrificabile; eppure, per decenni, la comunità internazionale non solo ha chiuso un occhio, ma ha anche attivamente finanziato e reso possibile questo orrore che dura da mezzo secolo. Questo è un regime che incarna il terrore a ogni livello, un regime la cui brutalità non ha eguali nella storia moderna e, per troppo tempo, la sua malvagità è rimasta impunita.
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di Khaled Abu Toameh • 27 marzo 2026
Hamas sta ricostruendo il suo apparato finanziario riscuotendo tasse, imposte e dazi doganali sulle merci che entrano nella Striscia di Gaza. Il denaro non viene investito nella ricostruzione, bensì nel rafforzamento delle capacità militari del gruppo terroristico. Nella foto: Membri mascherati dei "Comitati di Protezione Popolare" controllati da Hamas requisiscono un camion di aiuti umanitari nel sud della Striscia di Gaza, il 3 aprile 2024. (Foto di Said Khatib/AFP via Getty Images)
Mentre l'attenzione internazionale è concentrata sulla guerra con l'Iran, il gruppo terroristico palestinese Hamas ha intensificato la repressione contro la popolazione palestinese nel tentativo di riaffermare con la forza il proprio controllo sulla Striscia di Gaza. Le misure adottate da Hamas violano il piano del presidente americano Donald J. Trump per porre fine alla guerra tra Israele e Hamas, scoppiata il 7 ottobre 2023, quando il gruppo terroristico sostenuto dall'Iran ha invaso Israele e ucciso più di 1.200 israeliani e cittadini stranieri. Secondo il piano di pace di Trump, annunciato alla fine dello scorso anno:
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di Pierre Rehov • 25 marzo 2026
Una volta che il presidente venezuelano Nicolás Maduro è stato rimosso, la leadership ad interim e l'élite militare del Paese hanno rapidamente ricalibrato i propri interessi, avviando una cooperazione con Washington per preservare le proprie posizioni. A differenza dell'élite militare venezuelana, la cui lealtà dipende in ultima analisi da incentivi finanziari, l'apparato di sicurezza iraniano si è sempre considerato il custode armato di una missione rivoluzionaria islamica di natura sacra. Applicare il modello venezuelano all'Iran non solo sarebbe un fallimento, ma rischierebbe di creare una pericolosa illusione di successo, lasciando intatta l'infrastruttura ideologica di base. Nella foto: Maduro, sotto custodia statunitense, a bordo della USS Iwo Jima, nel Mar dei Caraibi, il 3 gennaio 2026. (Fonte dell'immagine: Casa Bianca)
La spettacolare operazione militare americana che all'inizio di quest'anno ha rimosso dal potere il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha inevitabilmente suscitato paragoni tra gli strateghi alla ricerca di soluzioni alla crisi iraniana.
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di Gordon G. Chang • 15 marzo 2026
In gran parte dell'Artico, il Canada costituisce la prima linea di difesa degli Stati Uniti. La Cina sta ora conducendo studi e monitoraggi delle acque artiche per migliorare la navigazione dei propri sottomarini e la loro capacità di eludere i sistemi di rilevamento. Entro pochi anni, la Cina sarà in grado di inviare sottomarini armati al Polo Nord. Lì, saranno vicini a potenziali obiettivi nordamericani. Nella foto: la nave da ricerca rompighiaccio cinese Xuelong salpa da Shanghai, l'8 novembre 2017. (Foto di STR/AFP via Getty Images)
"La Russia rappresenta una minaccia reale nell'Artico", ha dichiarato lo scorso mese il primo ministro Mark Carney al World Economic Forum di Davos. "Senza dubbio, la Russia fa molte cose orribili". Ma la Russia da sola non è in grado di sfidare il Canada senza il suo partner strategico. Lo scorso aprile, durante un dibattito elettorale federale, Carney ha indicato la Cina come la principale minaccia alla sicurezza nazionale. Tuttavia, intervenendo al Forum di Davos, ha evitato di presentare la Repubblica Popolare Cinese come un pericolo diretto per il suo Paese. Inoltre, anche il suo ministro degli Affari Esteri si è mostrato riluttante. A Davos, Anita Anand, si è astenuta dal fare nomi quando i giornalisti le hanno chiesto di indicare la principale minaccia che il Canada si trova a dover affrontare. Carney aveva ragione fin dall'inizio: la principale minaccia per il Canada è la Cina.
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di Bassam Tawil • 25 febbraio 2026
Nel tentativo di convincere gli Stati Uniti e il resto della comunità internazionale che i palestinesi stanno cercando di creare uno Stato democratico "basato sullo Stato di diritto e sulla dignità umana", la leadership dell'Autorità Palestinese (AP) ha di recente pubblicato una bozza della "Costituzione" provvisoria dei palestinesi. Questo testo costituzionale mostra che i palestinesi non hanno ancora accettato il diritto di Israele a esistere come Stato, non hanno ancora abbandonato il loro sogno di distruggerlo e sono ancor più determinati che mai a incoraggiare i terroristi a uccidere altri ebrei. Nella foto: il presidente dell'AP Mahmoud Abbas parla alla conferenza dei giovani di Fatah, a Ramallah, il 27 novembre 2025. (Foto di Jaafar Ashtiyeh/AFP via Getty Images)
Nel tentativo di convincere gli Stati Uniti e il resto della comunità internazionale che i palestinesi stanno cercando di creare uno Stato democratico "basato sullo Stato di diritto e sulla dignità umana", la leadership dell'Autorità Palestinese (AP) ha di recente pubblicato una bozza della "Costituzione" provvisoria dei palestinesi. Tuttavia, la bozza "costituzionale" di 162 articoli evidenzia che, se e quando i palestinesi avranno un proprio Stato, questo non si discosterebbe dalle due entità che hanno governato negli ultimi due decenni: il regime di Hamas nella Striscia di Gaza e l'Autorità Palestinese in Cisgiordania. Entrambi i regimi palestinesi hanno miseramente deluso il loro popolo, privandolo in larga misura degli aiuti internazionali, della democrazia, delle opportunità, di elezioni libere e della libertà di espressione.
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di Pierre Rehov • 14 febbraio 2026
Il 24 novembre 2025, il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump ha firmato un decreto esecutivo che avvia la procedura per classificare alcuni rami dei Fratelli Musulmani come organizzazioni terroristiche straniere e terroristi globali appositamente designati. Il decreto esecutivo di Trump rappresenta lo sforzo americano più serio degli ultimi decenni per contrastare le reti politiche islamiste. Nella foto: Trump firma il decreto esecutivo alla Casa Bianca, il 15 dicembre 2025, a Washington, D.C. (Foto di Anna Moneymaker/Getty Images)
Il 24 novembre 2025, il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump ha firmato un decreto esecutivo che avvia la procedura per classificare alcuni rami dei Fratelli Musulmani come organizzazioni terroristiche straniere e terroristi globali appositamente designati. L'ordine incarica i Segretari di Stato e al Tesoro di valutare i gruppi affiliati alla Fratellanza Musulmana in Paesi come Egitto, Giordania e Libano e di adottare misure ai sensi delle leggi antiterrorismo statunitensi per privarli di capacità e risorse, una mossa che il decreto esecutivo ha esplicitamente collegato alle priorità di sicurezza nazionale dopo l'invasione di Israele da parte di Hamas del 7 ottobre 2023 e le sue conseguenze in tutto l'Occidente. Il provvedimento stabilisce altresì che vengano fornite in tempi molto brevi raccomandazioni in merito a specifici affiliati.
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di Pierre Rehov • 1 febbraio 2026
I partecipanti alle manifestazioni di protesta europee hanno ripetutamente esibito bandiere di Hamas, scandito elogi agli attentatori del 7 ottobre e appelli a "ripetere" il massacro, il tutto sotto l'etichetta della tutela dei "diritti umani". I manifestanti pacifici esistono certamente, ma in molti casi gli stessi manifestanti che gridano "Dal fiume al mare" forniscono anche copertura, logistica e spazi di reclutamento per gli operativi che lavorano a stretto contatto con Hamas o con altre organizzazioni terroristiche. Nella foto: Manifestanti anti-Israele a Place de la République, a Parigi, l'11 novembre 2023. (Foto di Dimitar Dilkoff/AFP via Getty Images)
Quando il Mossad, l'agenzia di intelligence israeliana ha pubblicamente rivelato nel novembre scorso di aver aiutato i Paesi europei a smascherare un'infrastruttura terroristica di Hamas "nel cuore dell'Europa", inclusi depositi d'armi e piani per colpire obiettivi ebraici e israeliani, non ha fatto altro che confermare ciò che i professionisti dell'intelligence avevano avvertito dopo il 7 ottobre 2023, ossia che la guerra a Gaza non è più circoscritta. È stata esportata, a livello operativo, sul suolo europeo.
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