Analisi e articoli più recenti

Svezia: Mascherare l'antisemitismo?

di Nima Gholam Ali Pour  •  14 settembre 2019

  • Finora, a Malmö è stato evidentemente ammissibile che i politici socialdemocratici esprimessero opinioni antisemite. Anche se il partito si è detto rammaricato per gli episodi, nessuno ha dovuto rassegnare le dimissioni a causa di quanto accaduto.

  • La memoria della Shoah non dovrebbe ridursi a un'operazione pubblicitaria per coprire i governanti di Malmö. Commemorare la Shoah significa contrastare chiaramente le premesse che la generarono: la normalizzazione dell'antisemitismo.

  • E a questa normalizzazione dell'antisemitismo hanno contribuito i Democratici svedesi e altri partiti socialdemocratici in Europa – come il Partito Laburista britannico di Jeremy Corbyn.

Malmö, la terza città più grande della Svezia, è diventata famosa per il suo vivace antisemitismo e non è chiaro se i socialdemocratici abbiano davvero la volontà politica o morale di contrastarlo. Nella foto: il Municipio di Malmö. (Fonte dell'immagine: Hajotthu/Wikimedia Commons)

Malmö, la terza città più grande della Svezia, è diventata famosa per il suo vivace antisemitismo. Di conseguenza, non dovrebbe sorprendere che numerosi ebrei non si sentano al sicuro. Rendendo l'antisemitismo ancor più problematico, non è chiaro se i socialdemocratici al potere abbiano davvero la volontà politica o morale di contrastarlo.

L'ex sindaco di Malmö, Ilmar Reepalu, è stato più volte accusato di esprimere sentimenti antisemiti. Anche altri politici socialdemocratici di spicco, come Adrian Kaba, in passato hanno diffuso teorie cospirazioniste antisemite. Quest'anno, la federazione giovanile dei Democratici svedesi di Malmö ha partecipato alla manifestazione del Primo maggio in occasione della Giornata internazionale dei lavoratori, scandendo slogan del tipo: "Distruggiamo il sionismo!".

Continua a leggere l'articolo

La politica estera filo-iraniana e anti-israeliana della Germania

di Soeren Kern  •  11 settembre 2019

  • La Germania, in effetti, è stata decisamente ostile a Israele negli ultimi anni. (...) La Germania continua a erogare annualmente milioni di euro a organizzazioni che promuovono il movimento anti-israeliano (per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) BDS e le campagne "legali", l'antisionismo, l'antisemitismo e la violenza, secondo NGO Monitor.

  • Nel 2008, la cancelliera tedesca Angela Merkel dichiarò che la sicurezza di Israele "non è negoziabile" e, nel 2018, il ministro degli Esteri Heiko Maas disse di essere entrato in politica "a causa di Auschwitz". In pratica, tuttavia, la Germania sembra costantemente dare priorità alle sue relazioni con i nemici di Israele.

  • Instex, un'iniziativa del ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, consentirebbe il commercio europeo con l'Iran nonostante le sanzioni statunitensi. Agevolerebbe un sistema di scambio con l'Iran basato sul baratto di prodotti farmaceutici e alimentari, ma Teheran ha ribadito più volte che Instex deve includere il commercio del petrolio affinché il meccanismo abbia un senso economico.

La Germania è stata decisamente ostile a Israele negli ultimi anni. Nel maggio del 2016, la Germania approvò una risoluzione delle Nazioni Unite particolarmente deplorevole che indicava Israele, in occasione dell'Assemblea annuale dell'Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), come unico violatore mondiale della "salute mentale, fisica e ambientale". Il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier si è ingraziato il regime iraniano e altri nemici di Israele. Nella foto: il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif incontra Steinmeier (all'epoca ministro degli Esteri tedesco) a Teheran, il 3 febbraio 2016. (Fonte dell'immagine: Tasnim/Wikimedia Commons)

Un alto diplomatico tedesco incaricato di guidare un sistema dell'UE che prevede una sorta di baratto che consentirebbe alle aziende europee di eludere sanzioni statunitensi all'Iran si è dimesso dopo aver rilasciato un'intervista in cui criticava l'esistenza di Israele ed elogiava il programma di sviluppo di missili balistici di Teheran.

L'episodio – l'ultimo di una serie di eventi che hanno messo a nudo il fondamento anti-israeliano della politica estera tedesca – è un'imbarazzante battuta d'arresto per il governo tedesco e complicherà i suoi sforzi per salvare l'accordo sul nucleare iraniano.

Continua a leggere l'articolo

Uccidere la libertà di espressione in Francia, in Germania e su Internet

di Judith Bergman  •  8 settembre 2019

  • All'inizio di luglio, l'Assemblea nazionale francese ha approvato un disegno di legge per contrastare l'odio online. La disposizione prevede che le piattaforme dei social media hanno 24 ore di tempo per rimuovere "i contenuti di incitamento all'odio" o rischiano multe fino al 4 per cento delle loro entrate globali. Il disegno di legge è andato al Senato francese e potrebbe diventate legge dopo la pausa estiva del parlamento. In tal caso, la Francia sarà il secondo paese in Europa dopo la Germania ad approvare una legge che obbliga una società di social media a censurare i propri utenti per conto dello Stato.

  • Il fatto di sapere che un semplice post su Facebook potrebbe finire davanti a un giudice in un'aula di tribunale molto probabilmente metterà un freno decisivo al desiderio di chiunque di esprimersi liberamente.

  • Se l'accordo di Facebook con la Francia viene reiterato da altri paesi europei, tutto ciò che resta della libertà di espressione in Europa, soprattutto su Internet, rischia di prosciugarsi rapidamente.

  • Mentre Facebook afferma con entusiasmo di combattere l'odio online, e si arroga la pretesa di aver rimosso dalla propria piattaforma milioni di pezzi dai contenuti terroristici, secondo un recente articolo del Daily Beast, 105 post di alcuni dei più noti terroristi di al-Qaeda sono ancora pubblicati su Facebook e YouTube.

A maggio, la Francia ha auspicato una maggiore vigilanza di Facebook da parte del governo. Ora Fb ha accettato di consegnare ai giudici francesi i dati identificativi degli utenti francesi sospettati di incitamento all'odio sulla sua piattaforma, secondo il segretario di Stato francese per il Digitale, Cédric O.

In precedenza, stando a un report della Reuters, "Facebook aveva evitato di consegnare i dati identificativi di persone sospettate di incitamento all'odio perché non era costretto a farlo in base alle convenzioni giuridiche tra Francia e Stati Uniti e perché si preoccupava del fatto che paesi senza un potere giudiziario indipendente potessero abusarne". Finora, ha osservato la Reuters, Facebook non solo ha cooperato con la magistratura francese in merito a questioni relative ad attacchi terroristici e ad azioni violente trasferendo gli indirizzi IP e altri dati identificativi di persone sospette ai giudici francesi che ne avevano fatto richiesta formale.

Continua a leggere l'articolo

Palestinesi: Perché permettere ai fatti di interferire?

di Bassam Tawil  •  7 settembre 2019

  • Per quale motivo è opportuno menzionare i dettagli sulla città natale di Rina Shnerb e sulla sua età? Perché i media palestinesi sono di nuovo impegnati in una campagna di menzogne per giustificare l'attacco terroristico e l'uccisione di un'innocente adolescente ebrea.

  • I media palestinesi, tuttavia, non si sentono a proprio agio nel riportare i fatti in merito all'attacco terroristico. Agli occhi dei nuovi giornalisti e direttori di giornali palestinesi, Rina era una "colona" e una "soldatessa". Usando tali termini, i palestinesi cercano di dare l'impressione che la giovane non fosse un'innocente teenager, ma un'ebrea che viveva in un insediamento e prestava servizio nell'IDF.

  • Infine, è importante osservare che molti organi d'informazione e funzionari palestinesi continuano a parlare di Israele come di "Palestina occupata". Non ravvisano nessuna differenza tra un ebreo che vive in Cisgiordania e uno che vive in Israele. Per loro, tutti gli ebrei sono coloni e colonizzatori, e tutte le città israeliane – Tel Aviv, Haifa, Ashkelon, Ashdod, Eilat e Lod, la città natale di Rina – sono "occupate". Di fatto, agli occhi dei palestinesi, tutto Israele è "occupato" ed è un "insediamento".

  • Quando, il 25 agosto scorso, i terroristi palestinesi hanno lanciato tre razzi da Gaza verso Sderot, i media palestinesi hanno detto che Sderot è un "insediamento". Nel caso in cui qualcuno avesse dei dubbi, Sderot è una città israeliana nel deserto del Negev, e non un "insediamento". Utilizzando il termine "insediamento", i palestinesi cercano ancora di dare l'impressione che una città è un bersaglio legittimo per gli attacchi missilistici perché è un "insediamento illegale".

Per quale motivo è opportuno menzionare i dettagli sulla città natale di Rina Shnerb e sulla sua età? Perché i media palestinesi sono di nuovo impegnati in una campagna di menzogne per giustificare l'attacco terroristico e l'uccisione di un'innocente adolescente ebrea. Nella foto: Rina Shnerb, che è stata uccisa in un attentato terroristico, il 23 agosto scorso. (Foto per gentile concessione della famiglia della vittima)

Rina Shnerb, la 17enne che è stata uccisa in un attacco terroristico palestinese in Cisgiordania, il 23 agosto scorso, era nata e cresciuta nella città israeliana di Lod. Non aveva mai vissuto in un insediamento in Cisgiordania. Inoltre, non aveva mai prestato servizio nelle Forze di difesa israeliane (Idf) né in qualsiasi agenzia di sicurezza, perché era troppo giovane per essere reclutata per il servizio militare.

Rina è rimasta uccisa nell'esplosione di una bomba mentre lei e i suoi familiari stavano visitando la famosa sorgente naturale di Ein Buvin, nei pressi della città cisgiordana di Ramallah. Suo padre, Eitan, e suo fratello, Dvir, sono rimasti feriti.

Per quale motivo è opportuno menzionare i dettagli sulla città natale di Rina Shnerb e sulla sua età? Perché i media palestinesi sono di nuovo impegnati in una campagna di menzogne per giustificare l'attacco terroristico e l'uccisione di un'innocente adolescente ebrea.

Continua a leggere l'articolo

Israele deve affrontare una pericolosa escalation nella sua guerra per procura con l'Iran

di Con Coughlin  •  2 settembre 2019

  • Il fatto che Israele abbia ritenuto necessario attaccare obiettivi così lontani dalla sua tradizionale area di operazioni militari vicino ai suoi confini immediati è indice dell'allarmante escalation che ha avuto luogo negli ultimi mesi nella minaccia che l'Iran pone alla sicurezza israeliana.

  • All'inizio di questa settimana, in Libano, secondo quanto riportato, un drone israeliano ha bombardato una base palestinese che si dice sia finanziata dall'Iran. È stato inoltre riferito che aerei da combattimento israeliani hanno bombardato basi militari iraniane, alla periferia della capitale siriana Damasco.

  • La sola idea che Washington possa sedersi con gli iraniani in un momento in cui questi ultimi continuano a minacciare la sicurezza del suo più stretto alleato in Medio Oriente è inconcepibile.

Israele è responsabile del recente attacco alla base militare iraniana in Iraq, che è stata utilizzata per assemblare missili a medio raggio in grado di colpire obiettivi in Israele. La minaccia è stata ritenuta talmente grave che alti ufficiali israeliani hanno deciso di lanciare un audace raid aereo che ha reso necessario che i cacciabombardieri F-35 penetrassero nello spazio aereo saudita per raggiungere il loro obiettivo. (Fonte dell'immagine: Aereonautica militare israeliana/Wikimedia Commons)

La recente conferma da parte di funzionari militari statunitensi che caccia israeliani sono responsabili del recente attacco a una base militare iraniana in Iraq dimostra come nelle ultime settimane l'escalation nella cosiddetta guerra per procura tra Teheran e Gerusalemme sia diventata allarmante.

Fonti accreditate della sicurezza israeliana hanno detto in via confidenziale che la base situata nella provincia settentrionale irachena di Salaheddin è stata colpita perché utilizzata per assemblare missili a medio raggio in grado di colpire obiettivi in Israele.

Continua a leggere l'articolo

L'ultimo espediente dell'industria che denigra Israele

di Andrew Ash  •  25 agosto 2019

  • Rashida Tlaib aveva chiesto di recarsi in "Palestina", un paese che finora non esiste, in un viaggio organizzato e co-finanziato da un'organizzazione palestinese no-profit, Miftah, guidata da Hanan Ashrawi, nemica di lunga data di Israele. Nelle pagine del Washington Examiner, Becket Adams ha descritto Miftah come "un gruppo particolarmente antisemita che elogia i terroristi palestinesi e afferma che gli ebrei usavano il sangue dei cristiani durante la Pasqua ebraica. L'organizzazione pubblica anche materiale neonazista e invoca la distruzione di Israele". Miftah ha inoltre definito le donne kamikaze delle eroine.

  • "Non mi sono mai sentita più palestinese di quanto mi sia sentita al Congresso", ha dichiarato con aria di sfida alla Michigan Coalition for Human Rights, nell'aprile scorso. Il che sembra un po' assurdo, se detto dalla stessa donna che ha twittato che i senatori che hanno appoggiato un disegno di legge pro-Israele "dimenticano quale paese rappresentano".

  • Sembra semplicemente indifferente a qualsiasi tipo di protesta che non comporta espulsioni chiassose o arresti, o in cui non può ricevere attenzione o essere considerata una vittima. È difficile non chiedersi cosa stia facendo per il suo elettorato. Il desiderio di colpire Israele è davvero ciò che tiene svegli la notte i buoni elettori del Michigan? L'antisemitismo è ora il nuovo volto accettato del Partito democratico?

La deputata statunitense Rashida Tlaib (a sinistra nella foto) aveva chiesto di recarsi in "Palestina", un paese che finora non esiste, in un viaggio organizzato e co-finanziato da un'organizzazione palestinese no-profit, Miftah, che è stata descritta nelle pagine del Washington Examiner come "un gruppo particolarmente antisemita che elogia i terroristi palestinesi e afferma che gli ebrei usavano il sangue dei cristiani durante la Pasqua ebraica". (Foto di Adam Bettcher/Getty Images)

La deputata democratica del Congresso statunitense Rashida Tlaib (eletta in Michigan) ha deciso di rinunciare al viaggio in Israele che avrebbe dovuto fare con la sua collega, membro della "squadra", Ilhan Omar, dopo che entrambe erano state invitate a partecipare a un viaggio ufficiale del Congresso, ma avevano declinato l'invito.

Anche se alla Tlaib e alla sua altrettanto esplicita collega Omar era stato inizialmente negato l'ingresso in Israele a causa delle loro opinioni radicali che promuovono la distruzione dello Stato ebraico con la campagna per il boicottaggio, entrambe non potevano immaginare che sarebbero state boicottate. Alla Tlaib è stato alla fine concesso il permesso per "motivi umanitari", dopo un toccante appello al ministro dell'Interno israeliano Aryeh Deri, in cui la congressista ha esposto le ragioni per voler visitare la nonna palestinese, residente in Cisgiordania.

Continua a leggere l'articolo

"La Svezia è in guerra"

di Judith Bergman  •  19 agosto 2019

  • Nel 2017, un rapporto della polizia svedese, "Utsatta områden 2017" ("Aree vulnerabili 2017"), mostrava che in Svezia c'erano 61 aree di questo tipo, con 200 reti criminali, costituite da circa 5 mila delinquenti. La maggior parte degli abitanti erano immigrati non occidentali e i loro discendenti.

  • A marzo, il Centro forense nazionale svedese ha stimato che dal 2012 il numero delle sparatorie classificate come omicidi o tentati omicidi è aumentato di quasi il 100 per cento.

  • "La Svezia è in guerra e sono i politici ad essere responsabili di questo. Per cinque notti di fila, molte automobili sono state date alle fiamme nella città universitaria di Lund. Tali atti irresponsabili sono avvenuti in centinaia di occasioni in vari luoghi della Svezia, negli ultimi quindici anni. Dal 1955 al 1985, non è stata bruciata nessuna auto a Malmö, Göteborg, Stoccolma o a Lund. (...) Nessuno di questi criminali è affamato o non ha accesso all'acqua potabile. Tutti hanno un tetto sopra la testa ed è stata offerta loro l'istruzione gratuita. (...) Non vivono in case fatiscenti. (...) Si chiama educazione, e migliaia di ragazze e ragazzi oggi ne sono sprovvisti nelle case svedesi." – Björn Ranelid, scrittore svedese, Expressen, 5 luglio 2019.

A marzo, il Centro forense nazionale svedese ha stimato che dal 2012 il numero delle sparatorie classificate come omicidi o tentati omicidi è aumentato di quasi il 100 per cento. (Fonte dell'immagine: iStock)

Nel 2018, la Svezia ha registrato un numero record di sparatorie letali, 306 in tutto. Quarantacinque persone sono state uccise e 135 sono rimaste ferite in tutto il paese; la maggior parte dei decessi sono avvenuti nella parte meridionale della Svezia, dove si trova Malmö. A marzo, il Centro forense nazionale svedese ha stimato che dal 2012 il numero delle sparatorie classificate come omicidi o tentati omicidi è aumentato di quasi il 100 per cento. Il Centro ha inoltre rilevato che l'arma maggiormente utilizzata nelle sparatorie è il fucile d'assalto kalashnikov. "Si tratta di una delle armi più fabbricate al mondo e utilizzata in molte guerre", ha dichiarato il team manager del Centro, Mikael Högfors. "Quando non servono più (...) vengono introdotti clandestinamente in Svezia".

Continua a leggere l'articolo

All'Unione Europea: I mullah iraniani non saranno mai vostri amici

di Majid Rafizadeh  •  13 agosto 2019

  • Nonostante questi attacchi e questi tentati attacchi, l'UE, contrariamente al suo incessante moralismo, continua a moderare i toni nei confronti dell'Iran, presumibilmente per lo zelo di fare affari anche con un paese considerato essere il principale Stato sponsor del terrorismo a livello globale.

  • Più l'UE accontenta il governo iraniano, più lo autorizza a perseguire attività aggressive e terroristiche.

  • L'Unione Europea deve smettere di accontentare i mullah al potere in Iran che sono costantemente impegnati in attività terroristiche in Europa e deve unirsi al suo vecchio partner transatlantico, gli Stati Uniti, facendo ancora più pressioni sul governo fondamentalista iraniano.

L'Iran è di recente diventato più aggressivo e ha superato il limite di 300 kg di uranio arricchito, tra le altre azioni nocive. Nella foto: l'impianto di arricchimento dell'uranio a Isfahan, in Iran. (Foto di Getty Images)

Non si sa fino a che punto l'Unione Europea sia disposta ad arrivare per accontentare i mullah al potere in Iran. È scioccante vedere l'UE schierarsi dalla parte del governo fondamentalista dell'Iran piuttosto che appoggiare gli Stati Uniti, suo vecchio partner transatlantico.

Da quanto il presidente Donald Trump ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dall'accordo difettoso, il Piano Congiunto di Azione Globale (JCPOA), i leader iraniani hanno sistematicamente spinto l'Europa a fare di più per compiacerli, più di quanto essa sia realmente in grado di offrire.

Innanzitutto, l'UE ha ideato un meccanismo di pagamento, il cosiddetto Strumento a sostegno degli scambi commerciali (Instex). Il suo scopo era quello di proteggere il governo iraniano dalle sanzioni economiche, al fine di aiutare i suoi clerici al potere – e l'Europa – a ottenere maggiori entrate.

Continua a leggere l'articolo

La Francia sta lentamente precipitando nel caos

di Guy Millière  •  11 agosto 2019

  • Il presidente Macron non dice mai di essere dispiaciuto per coloro che hanno perso un occhio o una mano (...) per l'estrema brutalità della polizia. Piuttosto, ha chiesto al parlamento francese di approvare una legge che abolisce quasi completamente il diritto di manifestare e la presunzione di innocenza, e che consente l'arresto di chiunque, dovunque, anche immotivatamente. La legge è stata approvata.

  • A giugno, il parlamento francese ha approvato un'altra legge, punendo severamente chiunque dica o scriva qualcosa che potrebbe contenere "incitamento all'odio". La legge è così vaga che un giurista americano, Jonathan Turley, si è sentito in dovere di reagire. "La Francia", egli ha scritto, "è ora diventata una delle maggiori minacce internazionali alla libertà di parola".

  • La principale preoccupazione di Macron e del governo francese non sembra essere il rischio di rivolte, il malcontento pubblico, la scomparsa del Cristianesimo, la disastrosa situazione economica o l'islamizzazione e le sue conseguenze. La loro preoccupazione maggiore è il cambiamento climatico.

Il presidente francese Emmanuel Macron non dice mai di essere dispiaciuto per coloro che hanno perso un occhio o una mano. Piuttosto, ha chiesto al parlamento francese di approvare una legge che abolisce quasi completamente il diritto alla protesta e la presunzione di innocenza, e che consente l'arresto di chiunque, dovunque, anche immotivatamente. La legge è stata approvata. (Foto di Kiyoshi Ota - Pool/Getty Images)

Parigi, Champs-Élysées, 14 luglio. Giorno della presa della Bastiglia. Poco prima dell'inizio della parata militare, il presidente Emmanuel Macron percorre il viale a bordo di un'auto militare per salutare la folla. Migliaia di persone si sono radunate lungo la strada al grido di "Macron dimettiti!", fischiando e lanciando insulti.

Al termine della sfilata, poche decine di persone fanno volare dei palloncini gialli e distribuiscono dei volantini con su scritto: "I gilet gialli non sono morti". La polizia li disperde, rapidamente e con fermezza. Poco dopo, arrivano centinaia di anarchici "Antifa", lanciano in aria le barriere di sicurezza poste in strada, per erigere barricate, accendere fuochi e distruggere le vetrine di molti negozi. La polizia ha difficoltà a padroneggiare la situazione, ma verso sera, dopo qualche ora, ripristina la calma.

Continua a leggere l'articolo

La Turchia minaccia di riaccendere la crisi migratoria europea

di Soeren Kern  •  8 agosto 2019

  • "Siamo di fronte alla più grande ondata migratoria della storia. Se aprissimo le porte, nessun governo europeo sarebbe in grado di sopravvivere per più di sei mesi. Consigliamo loro di non mettere alla prova la nostra pazienza." – Il ministro turco dell'Interno Süleyman Soylu.

  • "La Turchia è pienamente impegnata nell'obiettivo dell'adesione all'UE. (...) Il completamento del processo del Dialogo sulla liberalizzazione dei visti che consentirà ai nostri cittadini di recarsi nell'area Schengen senza visto, è la nostra priorità assoluta." – Dichiarazione rilasciata dal ministero degli Esteri turco, il 9 maggio 2019.

  • "Questo non significa che ho qualcosa contro i turchi. (...) Ma se iniziamo a spiegarlo – che la Turchia è in Europa – gli studenti delle scuole europee dovranno essere informati del fatto che il confine europeo risiede in Siria. Dov'è il buonsenso? (...) La Turchia può essere considerata un paese europeo dal punto di vista culturale, storico ed economico? Se lo dicessimo, vorremmo la morte dell'Unione Europea." – L'ex presidente francese Nicolas Sarkozy.

La Turchia ha minacciato di riaprire le porte dell'immigrazione di massa in Europa, a meno che ai cittadini turchi non venga concessa la possibilità di recarsi nei paesi dell'Unione Europea senza dover richiedere il visto. La Turchia attualmente ospita circa 3,5 milioni di migranti e profughi – soprattutto siriani, iracheni e afgani. Molte di queste persone migrerebbero presumibilmente in Europa se avessero l'opportunità di farlo. Nella foto: il campo profughi di Adiyaman, in Turchia. (Fonte dell'immagine: UNHCR)

La Turchia ha minacciato di riaprire le porte dell'immigrazione di massa in Europa, a meno che ai cittadini turchi non venga concessa la possibilità di recarsi nei paesi dell'Unione Europea senza dover richiedere il visto. L'UE si è detta favorevole alla liberalizzazione dei visti in un accordo sui migranti UE-Turchia del marzo 2016, in cui Ankara si impegnava ad arginare i flussi migratori verso l'Europa.

I funzionari europei insistono sul fatto che se la Turchia ha ridotto il flusso di migranti non ha ancora soddisfatto tutti i requisiti per la liberalizzazione dei visti. Inoltre, il 15 luglio, i ministri degli Esteri dell'Unione Europea hanno deciso di sospendere i colloqui ad alto livello con Ankara, come parte delle sanzioni contro le attività di trivellazione di gas e petrolio condotte dalla Turchia al largo delle coste di Cipro.

Continua a leggere l'articolo

Perché i palestinesi aggrediscono un saudita?

di Khaled Abu Toameh  •  4 agosto 2019

  • Il motivo principale per cui il blogger saudita è stato aggredito e umiliato durante la sua visita alla Moschea di al-Aqsa è l'incitamento.

  • [Tale incitamento alla violenza] è essenzialmente opera del Sindacato dei giornalisti palestinesi, un gruppo affiliato a Fatah, che è stato definito da qualcuno in Occidente e anche in Israele "moderato" e "pragmatico".

  • Sputare in faccia a un blogger saudita e imprecare contro di lui definendolo "animale" e "sionista" non è un comportamento favorevole a ottenere denaro dall'Arabia Saudita. Quale Stato – o altra entità che si rispetti – accetterebbe di essere preso a schiaffi mentre elargisce aiuti finanziari.

Appena i palestinesi hanno notato il blogger saudita Mohamed Saud nel complesso della Moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme, gli hanno dimostrato come trattano i loro fratelli arabi, lanciando insulti contro di lui e sputandogli addosso. Che cosa ha fatto il visitatore saudita per meritare questa umiliazione e questa violenza fisica? Nella foto: Mohamed Saud si difende dai palestinesi che gli sputano addosso a Gerusalemme, il 22 luglio. (Fonte dell'immagine: Twitter video screenshot)

Quando il blogger saudita Mohamed Saud è arrivato nel complesso della Moschea di al-Aqsa, il 22 luglio scorso, pensava che avrebbe potuto pregare in pace nel sito prima di visitare i mercati della Città Vecchia di Gerusalemme.

Inoltre, credeva che da arabo musulmano sarebbe stato accolto calorosamente dai suoi fratelli palestinesi.

Si stava sbagliando.

Appena i palestinesi hanno notato il blogger saudita in uno dei luoghi più sacri per l'Islam gli hanno dimostrato come trattano i loro fratelli arabi.

Nei video apparsi sui social media, si vedono parecchi palestinesi che insultano e sputano addosso a Saud. Poi, un palestinese gli lancia una sedia di plastica, mentre Saud lascia il complesso religioso.

Che cosa ha fatto il visitatore saudita per meritare questa umiliazione e questa violenza fisica? Quale crimine ha commesso per essere stigmatizzato come "immondizia", "animale", "traditore" e "sionista"?

Continua a leggere l'articolo

L'azzardo americano di Erdoğan

di Burak Bekdil  •  28 luglio 2019

  • "La decisione della Turchia di procedere all'acquisizione del sistema di difesa missilistico terra-aria russo S-400 presenta una grave minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti e dei nostri alleati della NATO. Acquistando un sofisticato sistema di difesa missilistico russo e integrandolo nell'hardware della NATO la Turchia non mette solo a repentaglio la sicurezza dell'Alleanza Atlantica nella regione, ma pone anche la Russia dinanzi a una vittoria nel suo continuo sforzo di seminare divisione e sfiducia tra gli Stati membri della NATO". – John Sarbanes, membro della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti (per lo Stato del Maryland-Democratico), 12 luglio 2019.

  • Il sistema missilistico russo di difesa antiaerea S-400 può colpire bersagli a una distanza massima di 400 km. È stato progettato per abbattere le risorse aeree della NATO – compresi i caccia F-35 di fabbricazione statunitense.

  • Ciò che Erdoğan teme di più sono le sanzioni frutto del CAATSA, il Countering America's Adversaries Through Sanctions Act, la legge approvata dal Senato statunitense nel 2017. In Turchia, il tasso di disoccupazione è pari al 13 per cento, con 4,2 milioni di persone in cerca di lavoro. L'economia è in recessione e il tasso di cambio della lira è instabile.

Il 13 luglio, è stato consegnato alla Turchia il primo lotto del sistema di difesa missilistico terra-aria russo S-400. I missili russi S-400 possono colpire bersagli a una distanza massima di 400 km. Il sistema è stato progettato per abbattere le risorse aeree della NATO – compresi i caccia F-35 di fabbricazione statunitense. Nella foto: Una batteria di S-400. (Fonte dell'immagine: Vitaly Kuzmin/Wikimedia Commons)

Da quando, alla fine del 2017, la Turchia ha ufficialmente scelto il sistema di difesa missilistico terra-aria russo S-400 per la sua architettura di difesa aerea e missilistica a lungo raggio, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan non ha cambiato la sua retorica, definendo l'acquisto degli S-400 un "affare concluso"; e asserendo che "è un diritto sovrano della Turchia utilizzare questo sistema di difesa aerea sul proprio suolo". In risposta, l'amministrazione statunitense ha minacciato di sospendere l'adesione della Turchia al programma Joint Strike Fighter, che costruisce i caccia di nuova generazione, F-35 Lightening II.

Continua a leggere l'articolo

La "morte lenta" dei palestinesi in Libano

di Khaled Abu Toameh  •  24 luglio 2019

  • Le misure prese dalle autorità libanesi nei confronti dei palestinesi evidenziano ancora una volta le discriminazioni subite dai palestinesi in questo paese arabo. "I palestinesi in Libano", secondo un report del 2017 dell'Associated Press, "sono vittime di discriminazioni in quasi ogni ambito della vita quotidiana...". La legge libanese limita le capacità dei palestinesi di svolgere diverse professioni, tra cui quelle di medico, avvocato e ingegnere, e impedisce loro di ricevere prestazioni sociali. Nel 2001, il parlamento libanese ha approvato inoltre una legge che vieta ai palestinesi di acquisire giuridicamente proprietà immobiliari.

  • Eppure, in qualche modo, i provvedimenti discriminatori e razzisti adottati dal Libano nei confronti dei palestinesi non sembrano disturbare i gruppi pro-palestinesi in tutto il mondo. Questi gruppi fingono regolarmente di non vedere le sofferenze dei palestinesi che vivono nei paesi arabi. Piuttosto, focalizzano la loro attenzione su Israele, osservandolo e criticandolo per abusi immaginari contro i palestinesi.

  • È ora che i gruppi pro-palestinesi presenti nei campus universitari di Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna e Australia organizzino una "settimana dell'apartheid araba" anziché accusare Israele di "discriminare" i palestinesi. È anche tempo che i media internazionali prendano atto che le misure antipalestinesi sono state adottate dal Libano in un momento in cui Israele incrementa il numero dei palestinesi autorizzati a entrare in Israele per lavoro.

In qualche modo, i provvedimenti discriminatori e razzisti adottati dal Libano nei confronti dei palestinesi non sembrano disturbare i gruppi pro-palestinesi in tutto il mondo. Questi gruppi fingono regolarmente di non vedere le sofferenze dei palestinesi che vivono nei paesi arabi. Piuttosto, focalizzano la loro attenzione su Israele, osservandolo e criticandolo per abusi immaginari contro i palestinesi. Nella foto: Burj Barajneh, un campo profughi palestinese situato in Libano e amministrato dall'UNRWA. (Fonte dell'immagine: Al Jazeera English/Flickr CC BY-SA 2.0)

Più di centomila palestinesi cisgiordani sono autorizzati a lavorare in Israele, secondo fonti palestinesi e israeliane. Inoltre, le fonti riferiscono che migliaia di palestinesi entrano ogni giorno in Israele senza permessi.

Il 15 luglio, il numero dei lavoratori palestinesi che sono entrati in Israele, secondo il ministero della Difesa israeliano, ammontava a più di 80 mila.

La scorsa settimana, nell'ambito dei tentativi di raggiungere un accordo di tregua tra Israele e Hamas, secondo quanto riportato, Israele avrebbe deciso di incrementare il numero dei commercianti e degli imprenditori palestinesi della Striscia di Gaza autorizzati a entrare in Israele, portandolo da 3.500 a 5.000.

I media riferiscono che l'ultimo gesto israeliano è stato il risultato di tentativi compiuti dall'Egitto e dalle Nazioni Unite di impedire un confronto militare a tutto campo tra Israele e Hamas.

Continua a leggere l'articolo

Le Nazioni Unite lanciano una guerra senza quartiere contro la libertà di espressione

di Judith Bergman  •  22 luglio 2019

  • In altre parole, dobbiamo dimenticare tutto ciò che riguarda il libero scambio delle idee: l'ONU ritiene che i suoi "valori" siano minacciati e che chiunque critichi tali valori deve essere zittito.

  • Naturalmente, le Nazioni Unite assicurano a tutti che "combattere i discorsi di incitamento all'odio non significa limitare o vietare la libertà di espressione. Significa impedire che l'incitamento all'odio degeneri in qualcosa di più pericoloso, in particolare, in incitamento alla discriminazione, all'ostilità e alla violenza, che è proibito dal diritto internazionale".

  • Se non fosse che le Nazioni Unite cercano definitivamente di proibire la libertà di espressione, specialmente quella che sfida i programmi dell'organizzazione internazionale. Ciò è ben palese nel caso del Global Compact delle Nazioni Unite per l'immigrazione, in cui viene esplicitamente dichiarato che l'erogazione dei finanziamenti pubblici ai "media che sistematicamente promuovono l'intolleranza, la xenofobia, il razzismo e altre forme di discriminazione nei confronti dei migranti" dovrebbe essere interrotta.

  • A differenza del Global Compact delle Nazioni Unite per l'immigrazione, il piano d'azione dell'ONU contro i discorsi di incitamento all'odio contiene una definizione di ciò che l'organizzazione ritiene essere "odio" e risulta essere la più ampia e la più vaga delle definizioni possibili: "Qualsiasi forma di comunicazione verbale, scritta o comportamentale, che attacca o utilizza un linguaggio peggiorativo o discriminatorio nei confronti di un individuo o di un gruppo in base a chi è, in altre parole, a causa della sua religione, etnia, nazionalità, razza, colore, origine, genere o di un altro fattore di identità". Con una definizione ampia come questa, tutti i discorsi potrebbero essere etichettati come di "incitamento all'odio".

A gennaio, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha commissionato "un piano globale d'azione contro i discorsi di incitamento all'odio e i crimini d'odio su base rapida" e ha dichiarato che i governi e le istituzioni devono "trovare soluzioni che rispondano alle paure e alle ansie delle persone con fatti concreti...". Una di queste risposte, sembrava suggerire Guterres, è mettere il bavaglio alla libertà di espressione. Nella foto: Antonio Guterres. (Fonte dell'immagine: Fiona Goodall/Getty Images)

A gennaio, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha incaricato il suo consigliere speciale per la prevenzione del genocidio, Adama Dieng, di "presentare un piano globale d'azione contro i discorsi di incitamento all'odio e contro i crimini d'odio su base rapida". Parlando a una conferenza stampa sulle sfide delle Nazioni Unite per il 2019, Guterres ha affermato: "La sfida più grande che i governi e le istituzioni devono affrontare oggi è dimostrare l'impegno e trovare soluzioni che rispondano alle paure e alle ansie delle persone con fatti concreti...".

Una di queste risposte, sembrava suggerire Guterres, è mettere il bavaglio alla libertà di espressione.

Continua a leggere l'articolo

Germania: Un livello sconcertante di autocensura

di Judith Bergman  •  14 luglio 2019

  • Sembra esserci un divario significativo tra ciò che i tedeschi dicono in pubblico e ciò che pensano. (...) Il 57 per cento dei tedeschi dichiara di essere infastidito dal fatto che "sempre più spesso viene detto loro cosa dire e come comportarsi".

  • "Fa una grande differenza (...) se i cittadini sentono di essere sempre più osservati e giudicati. (...) Molti cittadini lamentano una mancanza di rispetto, nel senso che desiderano che le loro preoccupazioni e le loro posizioni vengano prese sul serio, [e] che gli sviluppi importanti siano apertamente discussi. ...". – Da un sondaggio sull'autocensura in Germania, condotto dall'Institut für Demoskopie Allensbach.

  • Queste restrizioni [alla libertà di espressione] sono culminate nella legge sulla censura entrata in vigore nel 2018, che impone alle piattaforme dei social media di rimuovere o bloccare qualsiasi presunto "reato" online, come i commenti offensivi e diffamanti o i contenuti che incitano all'odio, entro 24 ore dalla ricezione di un reclamo da parte di un utente. Se le piattaforme non provvedono a farlo, il governo tedesco può elevare multe fino a 50 milioni di euro, per mancata osservanza della norma. In Germania, le persone sono state perseguite per aver criticato le politiche migratorie del governo. ....

  • Nel Regno Unito, i Liberal-democratici hanno sospeso dal partito il candidato Dániel Tóth-Nagy, per aver affermato che "l'islamofobia non esiste" e per aver risposto a un tweet scrivendo: "E le mutilazioni genitali femminili? I delitti d'onore? I matrimoni forzati? Cosa ne pensa delle proteste delle donne in Iran, in Arabia Saudita e in altri paesi islamici contro l'uso obbligatorio dell'hijab? E la Sharia in Gran Bretagna? I diritti e l'educazione LGBT negati dai musulmani a Birmingham?"

Un nuovo sondaggio sull'autocensura in Germania ha mostrato che i cittadini tedeschi censurano la loro libertà di espressione in modo strabiliante. Alla domanda se sia "possibile esprimersi liberamente in pubblico", un mero 18 per cento ha risposto "sì". Per contro, il 59 per cento dei tedeschi intervistati ha dichiarato di esprimersi liberamente in presenza di amici e conoscenti.

"Quasi due terzi dei cittadini sono convinti che 'oggi occorre fare molta attenzione agli argomenti sui quali esprimersi', perché ci sono numerose regole non scritte in merito a quali opinioni sono accettabili e ammissibili", secondo l'indagine condotta dall'Institut für Demoskopie Allensbach per il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ).

Continua a leggere l'articolo

Questo sito utilizza i cookie per offrire il miglior servizio possibile.
Per saperne di più, ti invitiamo a visionare la nostra Informativa sulla privacy e sull'uso dei cookie.