Analisi e articoli più recenti

Grazie a Trump, i mullah si avviano al fallimento

di Majid Rafizadeh  •  28 novembre 2019

  • Uno dei motivi alla base del quadro a tinte fosche dell'economia iraniana delineato dal Fondo Monetario Internazionale è collegato alla decisione dell'amministrazione Trump di non rinnovare le esenzioni concesse agli otto maggiori acquirenti del greggio iraniano: Cina, India, Grecia, Italia, Taiwan, Giappone, Turchia e Corea del Sud.

  • Anche la valuta nazionale dell'Iran, il rial, continua a perdere valore: è scesa ai minimi storici. Un dollaro statunitense, che nel novembre 2017 equivaleva a circa 35 mila rial, ora è quotato a circa 110 mila rial.

Il 12 novembre, il presidente iraniano Hassan Rohani ha riconosciuto per la prima volta che "l'Iran sta vivendo uno degli anni più difficili dalla rivoluzione islamica del 1979" e che "la situazione del Paese non è normale". (Fonte dell'immagine: Tasnim News/CC by 4.0)

I critici della politica di Trump nei confronti dell'Iran sono stati smentiti: le sanzioni americane stanno imponendo un notevole carico di pressioni sui mullah iraniani e sulla capacità di finanziare i loro gruppi terroristici.

Prima che il Dipartimento del Tesoro statunitense livellasse le sanzioni secondarie nel settore del petrolio e del gas naturale, Teheran esportava oltre due milioni di barili di greggio al giorno. attualmente, l'esportazione di petrolio iraniano è scesa a meno di 200 mila barili al giorno, il che rappresenta un calo di quasi il 90 per cento delle esportazioni.

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La Corte di Giustizia dell'Unione Europea applica due pesi e due misure verso i prodotti israeliani

di Soeren Kern  •  21 novembre 2019

  • La sentenza della Corte di Giustizia, che favorisce di fatto i rigidi criteri di etichettatura francesi da applicare in tutto l'Unione Europea, è stata fermamente condannata perché espressione del pregiudizio anti-israeliano da parte dell'Unione Europea. Molti commentatori hanno osservato che fra tutti i numerosi conflitti territoriali nel mondo – dalla Crimea a Cipro del Nord, dal Tibet al Sahara occidentale – l'UE ha discriminato Israele come unico Paese soggetto a speciali criteri in materia di etichettatura.

  • "In tutto il mondo, ci sono più di 200 dispute territoriali in corso, eppure la Corte di Giustizia europea non ha emesso un'unica sentenza relativa all'etichettatura dei prodotti provenienti da questi territori. La sentenza odierna è tanto politica quanto discriminante nei confronti di Israele." –Ministero degli Esteri israeliano.

  • "Va anche contro gli standard internazionali del commercio stabiliti dall'Organizzazione Mondiale del Commercio. (...) Questo è il peggior modo di armeggiare, mentre Roma brucia. La Corte europea che cita Israele per la 'violazione delle norme di diritto umanitario internazionale', mentre Hamas e i suoi accoliti bombardano civili innocenti in Israele, è uno dei più perversi paradossi di cui sono testimone da un po' di tempo". – Menachem Margolin, Associazione ebraica europea, con sede a Bruxelles.

La Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha stabilito che i prodotti alimentari provenienti dagli insediamenti ebraici a Gerusalemme Est, in Cisgiordania e nelle alture del Golan devono essere specificatamente etichettati con l'indicazione del loro territorio d'origine e non possono recare la dicitura generica "Made in Israel". La sentenza ha origine in una causa intentata dall'azienda vinicola Psagot Winery (nella foto), con vigneti in uno dei cosiddetti territori palestinesi occupati, e dall'Organizzazione ebraica europea. (Fonte dell'immagine: iStock)

La Corte di Giustizia dell'Unione Europea, il tribunale supremo dell'UE, ha stabilito che i prodotti alimentari provenienti dai cosiddetti insediamenti ebraici a Gerusalemme Est, in Cisgiordania e nelle alture del Golan devono essere specificatamente etichettati con l'indicazione del loro territorio d'origine e non possono recare la dicitura generica "Made in Israel".

La sentenza, che concentra l'attenzione su Israele, è stata presumibilmente motivata non dalle preoccupazioni in merito alla sicurezza alimentare o alla tutela dei consumatori, ma dalla preferenza di una politica estera anti-israeliana da parte dell'Unione Europea. La decisione è stata duramente criticata come faziosa, discriminatoria e antisemita.

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La Corte di Giustizia dell'Unione Europea limita la libertà di espressione

di Judith Bergman  •  16 novembre 2019

  • "Questa sentenza ha importanti implicazioni per la libertà di espressione online a livello mondiale. (...) La sentenza implica altresì che un tribunale di un Paese membro dell'Unione Europea sarà in grado di disporre la rimozione dei post pubblicati sui social media in altri Paesi, anche se lì non vengono considerati illegali. Ciò costituirebbe un precedente pericoloso in cui i tribunali di un Paese possono controllare ciò che gli utenti di Internet possono vedere in un altro Paese. Questo potrebbe essere soggetto ad abusi, in particolar modo da parte di regimi con una storia inconsistente in materia di diritti umani." – Thomas Hughes, direttore esecutivo di ARTICLE 19, un'organizzazione no-profit che si occupa di "tutelare il diritto alla libertà di espressione nel mondo", 3 ottobre 2019.

  • La sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea (...) sembra conferire agli Stati membri dell'UE il potere senza precedenti di definire le linee guida in materia di dibattito pubblico online – stabilire ciò che i cittadini possono o meno leggere. (...) Le prospettive ora sembrano ancora più tristi per il futuro della libertà di espressione in Europa.

Una recente sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea sembra conferire agli Stati membri dell'UE il potere senza precedenti di definire le linee guida in materia di dibattito pubblico online – stabilire ciò che i cittadini possono o meno leggere. Nella foto: La Corte di Giustizia dell'Unione Europea, con sede nel Lussemburgo. (Fonte dell'immagine: Transparency International/Flickr)

Il 3 ottobre, la Corte di Giustizia dell'Unione Europea (CGUE) ha stabilito in una sentenza che i tribunali nazionali degli Stati membri possono ordinare a Facebook di rimuovere il materiale diffamatorio in tutto il mondo:

"Il diritto dell'Unione non osta a che a un prestatore di servizi di hosting, come Facebook, venga ingiunto di rimuovere commenti identici e, a certe condizioni, equivalenti a un commento precedentemente dichiarato illecito. Inoltre, il diritto dell'Unione non osta neppure a che tale ingiunzione produca effetti a livello mondiale, nell'ambito del diritto internazionale pertinente di cui spetta agli Stati membri tener conto".

La sentenza è arrivata dopo che la deputata austriaca Eva Glawischnig-Piesczek, presidente del gruppo parlamentare "die Grünen" (i Verdi) e portavoce federale di tale partito politico, ha citato Facebook Ireland dinanzi ai giudici austriaci. Secondo la Corte di Giustizia dell'Unione Europea:

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Svezia: La Chiesa che diffonde odio

di Nima Gholam Ali Pour  •  4 novembre 2019

  • Per quanto la Società svedese di Gerusalemme qualifichi la Scuola svedese del Buon Pastore come "una scuola di pace", Tobias Petersson, direttore del think tank Perspektiv på Israel, ha rivelato che i libri di testo adottati dalla scuola hanno contenuti jihadisti che incoraggiano la guerra santa contro lo Stato di Israele. Inoltre, in quei testi, gli ebrei vengono descritti come bugiardi e corrotti.

  • Il fatto che un'istituzione così grande come la Chiesa di Svezia raccolga fondi in tutto il Paese per sostenere una scuola che diffonde l'odio e la propaganda bellica dovrebbe essere visto come un enorme problema.

  • La pratica dimostra inoltre che non solo gli aiuti svedesi vanno a organizzazioni che diffondono l'odio, ma anche che le grandi istituzioni presenti nel Paese hanno aperto canali secondari per inviare annualmente milioni di corone svedesi alle scuole, come la Scuola svedese del Buon Pastore, che diffondono altresì l'odio.

  • Per capire quanto sia dannosa questa situazione, si può immaginare cosa succederebbe se una delle più grandi istituzioni di Israele – o di un altro Paese – raccogliesse fondi per sostenere una scuola che insegni ai bambini a odiare la Svezia e a celebrare i terroristi che hanno ucciso cittadini svedesi? Sarebbe ovviamente un grande scandalo e totalmente inaccettabile. Ma in Svezia, questo è esattamente ciò che sta accadendo ora.

Il fatto che un'istituzione così grande come la Chiesa di Svezia raccolga fondi in tutto il Paese per sostenere una scuola che diffonde l'odio e la propaganda bellica dovrebbe essere visto come un enorme problema. Nella foto: La Cattedrale di Uppsala, il quartier generale della Chiesa di Svezia. (Fonte dell'immagine: Jarvis/Wikimedia Commons)

La Società svedese di Gerusalemme, fondata nel 1900, ha dedicato la propria mission alle opere di carità a Gerusalemme e a Betlemme. Per diversi decenni, tuttavia, è stata ostile allo Stato ebraico di Israele. L'associazione ha tre obiettivi ufficiali nei territori palestinesi:

  • Rafforzare la posizione delle donne
  • Contribuire alla pace e alla riconciliazione
  • Rafforzare la minoranza cristiana

Nonostante questi nobili obiettivi, la Società svedese di Gerusalemme pubblica una rivista in cui i contenuti, sebbene riguardino spesso Israele, hanno un tono assai ostile e fazioso. Nel primo numero della pubblicazione uscito nel 2018, si può leggere un'intervista a una preside di una scuola palestinese, in cui la donna afferma:

"Noi soffriamo da così tanti anni, e potremmo soffrire per qualche altro anno, ma non è giusto dare il nostro denaro a qualcun altro. Perché non condividerlo?"

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Non commerciare con una Cina che mente, imbroglia e ruba

di Gordon G. Chang  •  1 novembre 2019

  • È particolarmente difficile intrattenere scambi commerciali con un ladro, soprattutto quando il ladro considera le relazioni commerciali come un'opportunità per rubare di più. (...) Questo reato è essenziale per la realizzazione dell'iniziativa straordinariamente ambiziosa "Made in China 2025" [per controllare 11 settori tecnologici cruciali].

  • Ma non solo: i piani futuri di Xi sono particolarmente dannosi. (...) Gli americani dovranno fare una scelta: prendere il denaro cinese o mantenere un libero mercato delle idee. Il disimpegno delle due economie è, ovviamente, deplorevole, ma è necessario poiché la Cina incalza gli americani e non lascia loro alcuna scelta se devono difendere le libertà e la sovranità.

  • Alla luce della recente rottura di un altro accordo commerciale da parte di Pechino, è evidente che il regime comunista cinese non è in grado di lavorare con gli Stati Uniti – o con qualsiasi altro Paese. Pertanto, non intratteniamo relazioni commerciali con una Cina che mente, imbroglia e ruba.

Il presidente cinese Xi Jinping, con spietata determinazione, ha chiuso le porte del mercato cinese agli stranieri, applicando, tra le altre cose, regole altamente discriminatorie ed emanando leggi e normative pregiudizievoli. La Cina di Xi ha continuato a violare la proprietà intellettuale degli Stati Uniti per centinaia di miliardi di dollari all'anno. (Foto di Kevin Frayer / Getty Images)

"Questo non rivoluzionerà le relazioni tra Stai Uniti e Cina né le condizioni commerciali tra di loro, ma mostra che i due Paesi possono lavorare insieme su un problema importante", ha detto a Bloomberg Clete Willems di Akin Gump, parlando della "fase uno dell'accordo", annunciata dal presidente Trump l'11 ottobre. "Imparare a farlo è fondamentale per evitare un ampio deterioramento di tutti gli aspetti delle nostre relazioni, che non è nell'interesse a lungo termine di nessuno".

Nonostante quanto affermato da Willems, ora è nell'interesse a lungo termine degli Stati Uniti rinunciare agli accordi commerciali con la Repubblica popolare cinese.

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La Svezia è fuori controllo

di Judith Bergman  •  23 ottobre 2019

  • Secondo le statistiche della polizia, dall'inizio del 2019 alla fine di luglio, in Svezia, ci sono stati 120 attentati.

  • Soltanto a Uppsala, una pittoresca città universitaria svedese, dove l'80 per cento delle ragazze non si sente al sicuro nel centro urbano, quattro stupri o tentativi di violenza sessuale hanno avuto luogo all'inizio di agosto, nell'arco di quattro giorni.

  • "Fermate gli stupri – state deludendo le donne. (...) Che le donne non abbiano la stessa opportunità di muoversi liberamente per le strade e le piazze senza doversi preoccupare di essere esposte a fenomeni criminali è una grave restrizione alla libertà e all'autodeterminazione delle donne." – Josefin Malmqvist, parlamentare del partito dei Moderati, in un editoriale apparso sull'Aftonbladet il 24 agosto 2019.

A Landskrona, città della Svezia meridionale – di circa 35 mila abitanti – dal dicembre 2018, ci sono state sette esplosioni o attentati dinamitardi. Ad agosto, è stato fatto saltare in aria l'ingresso del municipio di Landskrona (nella foto). (Fonte dell'immagine: Mrkommun/Wikimedia Commons)

"Löfven, hai perso il controllo della Svezia", ha scritto Ulf Kristersson, leader del più grande partito di opposizione, quello di centrodestra dei Moderati, in un articolo apparso sul quotidiano Aftonbladet, in cui critica il primo ministro svedese Minister Stefan Löfven per non essere riuscito a risolvere alcuni dei maggiori problemi della Svezia. Secondo Kristersson:

"Due ambiti ai quali noi [partito dei Moderati] attribuiamo la massima priorità sono l'ordine pubblico e l'integrazione. Perché è lì che risiedono ora i maggiori problemi della Svezia.

"L'anno scorso, hanno avuto luogo 206 sparatorie e 45 persone sono rimaste uccise. Secondo la polizia, il numero delle persone uccise è raddoppiato dal 2014. Nello stesso periodo, il numero delle persone vittime di abusi sessuali è triplicato, secondo il BRÅ [il Consiglio nazionale svedese per la prevenzione della criminalità]...

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Il terrorismo endogeno della Francia

di Giulio Meotti  •  15 ottobre 2019

  • La polizia francese che indagava su una donna sospettata di avere legami con l'ISIS ha scoperto una chiavetta USB che conteneva i dati personali, compresi gli indirizzi di casa di migliaia di poliziotti francesi. Chi ha fornito tali informazioni?

  • "Per strada, donne velate e uomini che indossano djellaba sono di fatto propaganda, un'islamizzazione della strada, proprio come le uniformi di un esercito di occupazione ricordano la sconfitta della loro sottomissione." – Il giornalista francese Eric Zemmour, 28 settembre 2019.

  • Le Monde, il più prestigioso quotidiano francese, dopo il recente attacco ha pubblicato un editoriale che accusa il paese di "maccartismo islamofobo". Harpon, il terrorista che ha ucciso i suoi colleghi al quartier generale della polizia, sarebbe stato d'accordo.

  • Il problema risiede nel fatto che la Francia è da anni in uno stato di negazione della proliferazione dell'Islam radicale.

I poliziotti bloccano una strada nei pressi del quartier generale della polizia dopo l'uccisione nell'edificio di quattro agenti per mano di un terrorista, il 3 ottobre 2019. (Foto di Marc Piasecki/Getty Images)

Questa volta, il terrorista non ha usato armi da fuoco: le sue vittime non erano bambini disarmati, vignettisti, o ebrei, ma poliziotti.

Anche il luogo dell'attacco del 3 ottobre è stato sorprendente: "L'interno del quartier generale della polizia di Parigi dovrebbe essere un bastione: è il simbolo dell'ordine pubblico in Francia e della lotta anti-jihadista che è stato scosso", ha detto a Le Figaro lo studioso francese Gilles Kepel.

"Noi siamo entrati in [un terrorismo] (...) che si fabbrica in Francia (...) con un mix di sermoni del venerdì pronunciati da imam estremisti, di social network e di strumentalizzazione di individui fragili. Si tratta di creare un nuovo panico nella società prendendo di mira luoghi emblematici. (...) L'attacco è un importante punto di svolta nel terrorismo islamista".

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La Turchia inonda l'Europa di migranti

di Soeren Kern  •  14 ottobre 2019

  • Il governo greco ha dichiarato che il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan controlla personalmente i flussi migratori verso la Grecia e li attiva e disattiva per spillare più denaro e ottenere altre concessioni politiche dall'Unione Europea. Negli ultimi mesi, il governo turco ha ripetutamente minacciato di spalancare le porte all'immigrazione di massa verso la Grecia e, per estensione, verso il resto dell'Europa.

  • "Se [l'Unione Europea] non ci fornirà l'aiuto necessario in questo conflitto, allora non saremo in grado di fermare i 3,5 milioni di profughi dalla Siria e altre due milioni di persone che raggiungeranno i nostri confini da Idlib." – Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan.

  • "Se aprissimo le porte, nessun governo europeo sarebbe in grado di sopravvivere per più di sei mesi. Consigliamo loro di non mettere alla prova la nostra pazienza." – Il ministro degli Interni turco Süleyman Soylu.

  • Più di sei milioni di migranti sono in attesa nei paesi del Mediterraneo di raggiungere l'Europa, secondo un rapporto riservato del governo tedesco trapelato e finito sulle pagine del quotidiano tedesco Bild. (...) Più di tre milioni attendono già in Turchia.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e altri membri del suo governo hanno ripetutamente minacciato di inondare l'Europa di migranti. Il 5 settembre, Erdoğan ha dichiarato che la Turchia intende rimpatriare un milione di migranti siriani e di ricollocarli in una "zona di sicurezza" nel nord della Siria e ha minacciato di riaprire la rotta dei migranti verso l'Europa, se non riceverà un adeguato sostegno internazionale al piano. "O questo accade o altrimenti dovremo aprire le porte", egli ha affermato. Nella foto: Erdoğan parla alle Nazioni Unite, il 24 settembre 2019. (Foto di Stephanie Keith/Getty Images)

La Grecia è tornata ad essere "l'epicentro" della crisi migratoria europea. Più di 40 mila migranti sono arrivati in Grecia durante i primi nove mesi del 2019 e più della metà di questi è giunta negli ultimi tre mesi, secondo i nuovi dati raccolti dall'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM).

L'impennata di arrivi in Grecia nel terzo trimestre del 2019 – 5.903 arrivi registrati a giugno; 9.341 ad agosto e 10.294 a settembre – è coincisa con le reiterate minacce da parte del presidente turco Erdoğan e di altri membri del suo governo di inondare l'Europa di migranti musulmani.

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Le donne iraniane lottano per la libertà

di Uzay Bulut  •  10 ottobre 2019

  • "Le autorità della Repubblica islamica affermano che 'l'hijab obbligatorio' è sancito dalla legge, che deve essere osservata. Tuttavia, le cattive leggi devono essere contestate e modificate." – Masih Alinejad, giornalista e attivista irano-americana.

  • "La legge religiosa che il governo ha imposto dopo la rivoluzione del 1979 è alla base di questa tirannia. In Iran, le donne sono cittadine di seconda classe ed essenzialmente schiave. La comunità internazionale deve avere il coraggio di delegittimare la legge religiosa e di denunciare la sua natura tirannica. Proprio come il mondo libero ha delegittimato il comunismo durante la guerra fredda, dovrebbe fare lo stesso con la legge religiosa." – Nasrin Mohammadi in un'intervista al Gatestone Institute. Nasrin Mohammadi è autrice di Ideas and Lashes: The Prison Diary of Akbar Mohammadi, un libro sulle torture e la morte in carcere di suo fratello.

  • "La comunità internazionale dovrebbe anche concentrarsi sull'Iran, e combattere per porre fine a quel regime e ad altri governi simili in tutto il mondo. L'Iran è esemplificativo, perché si tratta di un regime corrotto, in cui la religione è usata come pretesto per sottrarre denaro e potere alla popolazione." – Nasrin Mohammadi.

  • "Ma noi abbiamo bisogno del sostegno della comunità internazionale per sollevare tale questione con le autorità iraniane e agire." – Masih Alinejad.

Tre donne iraniane detenute nella famigerata prigione di Qarchak, a Teheran, sono state di recente condannate a più di dieci anni di carcere. Il loro "crimine"? Non aver indossato il velo, sfidando così il codice di abbigliamento del paese. Nella foto: Una poliziotta iraniana (a sinistra) ammonisce – il 22 aprile 2007, a Teheran – una donna in merito agli abiti indossati e ai capelli al vento, durante una campagna di repressione lanciata dalle autorità per imporre il codice di abbigliamento del regime. (Foto di Majid Saeedi/Getty Images)

Tre donne iraniane detenute nella famigerata prigione di Qarchak, a Teheran, sono state di recente condannate a più di dieci anni di carcere. Il loro "crimine"? Non aver indossato il velo, sfidando così il codice di abbigliamento islamico del paese.

Le donne erano state arrestate dopo che un video messo online in occasione della Giornata internazionale delle donne era diventato virale. Nella clip, si vedono le tre donne senza velo mentre distribuiscono fiori alle passeggere della metropolitana di Teheran.

"Verrà il giorno in cui le donne non saranno costrette a lottare", afferma una di loro, mentre un'altra esprime la speranza che in futuro le donne che indossano l'hijab saranno in grado di camminare fianco a fianco delle donne che decidono di non indossarlo.

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Sogni europei contro migrazione di massa

di Giulio Meotti  •  6 ottobre 2019

  • Purtroppo, la mentalità europea rifiuta di affrontare la realtà, come se la sfida fosse troppo difficile da affrontare.

  • "Si è tenuta la conferenza sul tema 'Pensare l'Europa' (...) Lì, mi ha infastidito sentire Tariq Ramadan parlare di Europa come di Dar al-Shahada ossia "casa della testimonianza di fede islamica". Il pubblico presente era allarmato, ma non ha compreso il messaggio della percezione dell'Europa (...) come parte della casa dell'Islam. Se l'Europa non è più percepita come Dar a-Harb/casa della guerra, ma come parte della casa pacifica dell'Islam, allora non è un segno di moderazione, come qualcuno erroneamente pensa: è la mentalità di un'islamizzazione dell'Europa." – Bassam Tibi, professore emerito di Relazioni internazionali, presso l'Università di Göttingen.

  • È una falsa idea marxista tra i giovani qui in Europa che se hai successo e sei tranquillo non può che essere a scapito dell'umanità: "Se io vinco, qualcun altro deve perdere". Non sembra esserci alcun concetto della "vittoria per tutti". – "Se io vinco, anche voi potete vincere: tutti possono vincere!" che è alla base dell'economia libera e ha permesso a gran parte del mondo di uscire dalla povertà in modo così spettacolare.

Il prezzo del relativismo culturale è diventato penosamente visibile in Europa. La disintegrazione degli Stati-nazione è ora una possibilità reale. Il multiculturalismo – costruito su un background di declino demografico, di massiccia scristianizzazione e di auto-ripudio culturale – non è altro che una fase di transizione che rischia di portare alla frammentazione dell'Occidente. (Fonte dell'immagine: iStock)

L'Europa si presenta come l'avanguardia dell'unificazione dell'umanità. Di conseguenza, le radici culturali dell'Europa sono state messe a rischio. Secondo Pierre Manent, un illustre politologo francese e docente presso la l'École des hautes études en sciences sociales di Parigi:

"L'orgoglio europeo o l'autocoscienza europea dipendono dal rifiuto della storia europea e della civiltà europea! Non vogliamo avere nulla a che fare con le radici cristiane e vogliamo assolutamente essere perfettamente accoglienti con l'Islam".

Manent ha consegnato queste parole al mensile francese Causeur. Ha citato come esempio la Turchia:

"Era molto chiaro che non solo il carattere massicciamente islamico (anche prima di Erdogan) non era un ostacolo ma una sorta di motivo, una ragione per far entrare la Turchia. Alla fine sarebbe stata la prova definitiva che l'Europa si era liberata dalla dipendenza cristiana"

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Perché gli arabi odiano i palestinesi

di Khaled Abu Toameh  •  2 ottobre 2019

  • Non si possono bruciare le foto del principe ereditario saudita e poi precipitarsi il giorno dopo a Riad a elemosinare denaro. Non si possono urlare slogan contro il presidente egiziano e poi recarsi l'indomani al Cairo in cerca di sostegno politico.

  • Sorprendentemente, Turki al-Hamad, uno scrittore saudita, ha fatto ciò che alcuni paesi occidentali si rifiutano di fare: ha osato condannare Hamas e altri gruppi che operano a Gaza per aver lanciato razzi verso Israele.

  • "I palestinesi sono una calamità per chiunque li accolga. La Giordania li ha accolti, e c'è stato il "settembre nero"; il Libano li ha accolti e c'è stata una guerra civile; anche il Kuwait li ha accolti e si sono trasformati in soldati di Saddam Hussein. Ora utilizzano i loro podi per maledirci." – Mohammed al-Shaikh, scrittore saudita, RT Arabic, 14 agosto 2019.

  • Molte persone nei paesi arabi ora affermano che è giunto il momento per i palestinesi di iniziare a pensare ai loro interessi e ad un futuro migliore per i loro figli. (...) Gli arabi sembrano dire ai palestinesi: "Noi vogliamo andare avanti, ma se voi desiderate continuare a regredire, siete liberi di farlo!"

Lo scrittore saudita Mohammed al-Shaikh ha chiesto di vietare ai palestinesi di fare l'hajj, il pellegrinaggio alla Mecca, dopo la comparsa di un video girato durante l'ultimo hajj, in cui si vedono i palestinesi che sventolano le loro bandiere e scandiscono: "Con il nostro sangue, con la nostra anima, noi ti redimiamo, Moschea di al-Aqsa!" L'Arabia Saudita ha delle regole severe che vietano le attività politiche durante l'hajj. Nella foto: I pellegrinaggi dell'hajj dentro e intorno alla Grande Moschea della Mecca – e sul tetto, durante la preghiera della notte. (Fonte dell'immagine: Al Jazeera / Wikimedia Commons)

È vero? E se lo fosse, perché? Purtroppo, i palestinesi si sono guadagnati la triste fama di traditori dei loro fratelli arabi, pugnalandoli perfino alle spalle. I palestinesi, ad esempio, hanno appoggiato l'invasione del Kuwait perpetrata da Saddam Hussein nel 1990, sebbene questo paese del Golfo e i suoi vicini dessero annualmente ai palestinesi decine di milioni di dollari in aiuti.

Un numero crescente di arabi, in particolar modo quelli che vivono negli Stati del Golfo, definisce sleale il comportamento tenuto dai palestinesi negli ultimi anni.

Tuttavia, negli scorsi mesi, le critiche mosse dagli arabi nei confronti dei palestinesi si sono intensificate, tanto da parte dei mezzi di informazione tradizionali quanto dei social media, e talvolta sono diventate sgradevoli.

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Cosa si prospetta nel futuro della Turchia? Le armi nucleari!

di Burak Bekdil  •  29 settembre 2019

  • Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ora vuole fare della Turchia uno stato canaglia dotato di armi nucleari.

  • Per diversi decenni, la Turchia, essendo un fedele alleato della NATO, è stata considerata la custode di fiducia di alcuni arsenali nucleari statunitensi. All'inizio degli anni Sessanta, gli Stati Uniti iniziarono a stoccare testate nucleari nelle quattro principali basi aeree dell'esercito turco.

  • Attualmente, le testate atomiche stivate nella base aerea turca di Incirlik sono ancora a disposizione delle forze armate statunitensi, ai sensi di uno speciale trattato tra Stati Uniti e Turchia. Tale trattato prevede che la Turchia ospiti armi nucleari americane. Secondo il protocollo di lancio, tuttavia, Washington e Ankara devono fornire il loro consenso a qualsiasi uso di armi nucleari presenti nella base aerea militare di Incirlik.

  • Se la Turchia avviasse apertamente o meno un programma nucleare – come pare voglia fare Erdoğan – la mossa potrebbe avere un effetto domino nella regione. Gli avversari regionali della Turchia sarebbero allarmati, e Arabia Saudita, Egitto, Siria e Grecia potrebbero essere indotti a lanciare i loro programmi nucleari. Erdoğan non dovrebbe avere la possibilità di possedere armi nucleari.

Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ora vuole fare della Turchia uno stato canaglia dotato di armi nucleari. (Foto di Getty Images)

Durante i 17 anni di governo della Turchia, paese membro della NATO, il presidente Recep Tayyip Erdoğan, l'uomo forte islamista, ha di rado perso l'occasione di trasformare furtivamente l'establishment secolare e filo-occidentale di Mustafa Kemal Atatürk, in uno stato canaglia ostile agli interessi occidentali. Erdoğan ora vuole fare della Turchia uno stato canaglia dotato di armi nucleari.

"Dicono che non possiamo avere missili con testate nucleari, anche se alcuni li hanno. Questo non posso accettarlo", ha dichiarato Erdoğan in un discorso del 4 settembre, immemore strategicamente che la Turchia ha firmato nel 1980 il Trattato di non-proliferazione nucleare. In altre parole, il leader eletto della Turchia afferma pubblicamente che intende violare un trattato internazionale sottoscritto dal suo paese. La Turchia è inoltre firmataria del Trattato sulla messa al bando totale dei test nucleari del 1996, che vieta tutte le esplosioni nucleari, per qualsiasi scopo.

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Svezia: Mascherare l'antisemitismo?

di Nima Gholam Ali Pour  •  14 settembre 2019

  • Finora, a Malmö è stato evidentemente ammissibile che i politici socialdemocratici esprimessero opinioni antisemite. Anche se il partito si è detto rammaricato per gli episodi, nessuno ha dovuto rassegnare le dimissioni a causa di quanto accaduto.

  • La memoria della Shoah non dovrebbe ridursi a un'operazione pubblicitaria per coprire i governanti di Malmö. Commemorare la Shoah significa contrastare chiaramente le premesse che la generarono: la normalizzazione dell'antisemitismo.

  • E a questa normalizzazione dell'antisemitismo hanno contribuito i Democratici svedesi e altri partiti socialdemocratici in Europa – come il Partito Laburista britannico di Jeremy Corbyn.

Malmö, la terza città più grande della Svezia, è diventata famosa per il suo vivace antisemitismo e non è chiaro se i socialdemocratici abbiano davvero la volontà politica o morale di contrastarlo. Nella foto: il Municipio di Malmö. (Fonte dell'immagine: Hajotthu/Wikimedia Commons)

Malmö, la terza città più grande della Svezia, è diventata famosa per il suo vivace antisemitismo. Di conseguenza, non dovrebbe sorprendere che numerosi ebrei non si sentano al sicuro. Rendendo l'antisemitismo ancor più problematico, non è chiaro se i socialdemocratici al potere abbiano davvero la volontà politica o morale di contrastarlo.

L'ex sindaco di Malmö, Ilmar Reepalu, è stato più volte accusato di esprimere sentimenti antisemiti. Anche altri politici socialdemocratici di spicco, come Adrian Kaba, in passato hanno diffuso teorie cospirazioniste antisemite. Quest'anno, la federazione giovanile dei Democratici svedesi di Malmö ha partecipato alla manifestazione del Primo maggio in occasione della Giornata internazionale dei lavoratori, scandendo slogan del tipo: "Distruggiamo il sionismo!".

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La politica estera filo-iraniana e anti-israeliana della Germania

di Soeren Kern  •  11 settembre 2019

  • La Germania, in effetti, è stata decisamente ostile a Israele negli ultimi anni. (...) La Germania continua a erogare annualmente milioni di euro a organizzazioni che promuovono il movimento anti-israeliano (per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) BDS e le campagne "legali", l'antisionismo, l'antisemitismo e la violenza, secondo NGO Monitor.

  • Nel 2008, la cancelliera tedesca Angela Merkel dichiarò che la sicurezza di Israele "non è negoziabile" e, nel 2018, il ministro degli Esteri Heiko Maas disse di essere entrato in politica "a causa di Auschwitz". In pratica, tuttavia, la Germania sembra costantemente dare priorità alle sue relazioni con i nemici di Israele.

  • Instex, un'iniziativa del ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas, consentirebbe il commercio europeo con l'Iran nonostante le sanzioni statunitensi. Agevolerebbe un sistema di scambio con l'Iran basato sul baratto di prodotti farmaceutici e alimentari, ma Teheran ha ribadito più volte che Instex deve includere il commercio del petrolio affinché il meccanismo abbia un senso economico.

La Germania è stata decisamente ostile a Israele negli ultimi anni. Nel maggio del 2016, la Germania approvò una risoluzione delle Nazioni Unite particolarmente deplorevole che indicava Israele, in occasione dell'Assemblea annuale dell'Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), come unico violatore mondiale della "salute mentale, fisica e ambientale". Il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier si è ingraziato il regime iraniano e altri nemici di Israele. Nella foto: il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif incontra Steinmeier (all'epoca ministro degli Esteri tedesco) a Teheran, il 3 febbraio 2016. (Fonte dell'immagine: Tasnim/Wikimedia Commons)

Un alto diplomatico tedesco incaricato di guidare un sistema dell'UE che prevede una sorta di baratto che consentirebbe alle aziende europee di eludere sanzioni statunitensi all'Iran si è dimesso dopo aver rilasciato un'intervista in cui criticava l'esistenza di Israele ed elogiava il programma di sviluppo di missili balistici di Teheran.

L'episodio – l'ultimo di una serie di eventi che hanno messo a nudo il fondamento anti-israeliano della politica estera tedesca – è un'imbarazzante battuta d'arresto per il governo tedesco e complicherà i suoi sforzi per salvare l'accordo sul nucleare iraniano.

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Uccidere la libertà di espressione in Francia, in Germania e su Internet

di Judith Bergman  •  8 settembre 2019

  • All'inizio di luglio, l'Assemblea nazionale francese ha approvato un disegno di legge per contrastare l'odio online. La disposizione prevede che le piattaforme dei social media hanno 24 ore di tempo per rimuovere "i contenuti di incitamento all'odio" o rischiano multe fino al 4 per cento delle loro entrate globali. Il disegno di legge è andato al Senato francese e potrebbe diventate legge dopo la pausa estiva del parlamento. In tal caso, la Francia sarà il secondo paese in Europa dopo la Germania ad approvare una legge che obbliga una società di social media a censurare i propri utenti per conto dello Stato.

  • Il fatto di sapere che un semplice post su Facebook potrebbe finire davanti a un giudice in un'aula di tribunale molto probabilmente metterà un freno decisivo al desiderio di chiunque di esprimersi liberamente.

  • Se l'accordo di Facebook con la Francia viene reiterato da altri paesi europei, tutto ciò che resta della libertà di espressione in Europa, soprattutto su Internet, rischia di prosciugarsi rapidamente.

  • Mentre Facebook afferma con entusiasmo di combattere l'odio online, e si arroga la pretesa di aver rimosso dalla propria piattaforma milioni di pezzi dai contenuti terroristici, secondo un recente articolo del Daily Beast, 105 post di alcuni dei più noti terroristi di al-Qaeda sono ancora pubblicati su Facebook e YouTube.

A maggio, la Francia ha auspicato una maggiore vigilanza di Facebook da parte del governo. Ora Fb ha accettato di consegnare ai giudici francesi i dati identificativi degli utenti francesi sospettati di incitamento all'odio sulla sua piattaforma, secondo il segretario di Stato francese per il Digitale, Cédric O.

In precedenza, stando a un report della Reuters, "Facebook aveva evitato di consegnare i dati identificativi di persone sospettate di incitamento all'odio perché non era costretto a farlo in base alle convenzioni giuridiche tra Francia e Stati Uniti e perché si preoccupava del fatto che paesi senza un potere giudiziario indipendente potessero abusarne". Finora, ha osservato la Reuters, Facebook non solo ha cooperato con la magistratura francese in merito a questioni relative ad attacchi terroristici e ad azioni violente trasferendo gli indirizzi IP e altri dati identificativi di persone sospette ai giudici francesi che ne avevano fatto richiesta formale.

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