• "Il giornale non è più lo stesso, Charlie oggi è in preda a un soffocamento artistico ed editoriale." — Zineb el Rhazoui, intellettuale e giornalista franco-tunisina, autrice di "Détruire le fascisme islamique".

  • "Dobbiamo continuare a ritrarre Maometto e Charlie non lo sta facendo, significa che non c'è più Charlie." — Patrick Pelloux, un altro vignettista che ha lasciato il settimanale.

  • "Se i nostri colleghi nel dibattito pubblico non condividono una parte del rischio, allora i barbari avranno vinto." — Élisabeth Badinter, filosofa, che ha testimoniato in tribunale per i vignettisti nel documentario "Je suis Charlie".

  • Dopo che i fratelli Kouachi uccisero i giornalisti di Charlie Hebdo, uscirono per strada gridando: "Abbiamo vendicato Maometto. Abbiamo ucciso Charlie Hebdo". A distanza di due anni, pare che abbiano vinto. Sono riusciti a far tacere l'ultimo settimanale europeo che è ancora pronto a difendere la libertà di espressione dall'islamismo.

In vent'anni, la paura si è già divorata pezzi significativi della cultura e del giornalismo in Occidente. Sono tutti scomparsi in un orribile atto di autocensura: le caricature di un quotidiano danese, una puntata di "South Park", dei dipinti alla Tate Gallery di Londra, un libro della Yale University Press, l'Idomeneo di Mozart, il film olandese "Submission", il nome della vignettista Molly Norris, una copertina di Art Spiegelman, il romanzo "Jewel of Medina" di Sherry Jones, solo per citarne alcuni. La maggior parte di loro sono diventati fantasmi che vivono in clandestinità, nascosti in qualche casa di campagna oppure si sono ritirati a vita privata, vittime di un'autocensura comprensibile, ma tragica.

In questo lungo e deplorevole elenco mancava solo il settimanale satirico francese Charlie Hebdo. Fino ad ora.

Lo sconforto per cosa è diventato Charlie Hebdo è contenuto in questa frase della giornalista francese Marika Bret: "Dall'Italia ci arrivano tante minacce". Il riferimento non è a qualche cellula jihadista, ma a una copertina di settembre di Charlie Hebdo in cui la vignetta irrideva le vittime del terremoto in Italia. Sembra che il settimanale satirico, quasi distrutto dagli islamisti francesi due anni fa, si sia "normalizzato".

Basta prendere le recenti copertine di Charlie. Contro i terroristi? No. Contro coloro che lo hanno definito "razzista"? No, contro Éric Zemmour, il coraggioso giornalista francese del Figaro che ha condotto un dibattito pubblico sull'identità francese. "L'islam è incompatibile con la laicità, incompatibile con la democrazia, incompatibile con il governo repubblicano", ha scritto Zemmour.

Laurent Sourisseau in arte "Riss", ora direttore editoriale e azionista di maggioranza di Charlie, è rimasto ferito nell'attentato del 2015 alla redazione del giornale e vive sotto scorta della polizia. Riss ha messo in copertina Zemmour con il giubbotto esplosivo, paragonandolo di fatto a un terrorista.

Charlie Hebdo ha ironizzato di recente su Nadine Morano, una critica dell'Islam, raffigurandola come una bambina affetta da sindrome di Down.

Riss ha anche pubblicato di recente un libro a fumetti che attacca un altro facile bersaglio di conformisti sottomessi intitolato "Il lato oscuro di Marine Le Pen", che è la leader del Front National, partito con una piattaforma incentrata sulla difesa della sovranità nazionale e della identità giudaico-cristiana. In copertina, la leader della "destra" francese è agghindata come Marilyn Monroe.

Per il primo anniversario della strage del 7 gennaio, il settimanale diretto da Riss era uscito con una copertina non su Maometto, ma su un Dio killer giudeo-cristiano, come se i colleghi di Sourisseau non fossero stati uccisi dagli islamisti, ma dai cattolici. Riss aveva infatti annunciato in precedenza che il settimanale "non avrebbe disegnato più Maometto".

Nella redazione di Charlie, il primo a capitolare è stato "Luz", un noto vignettista. Si è arreso dicendo: "Non disegnerò più Maometto".

Charlie Hebdo, dopo che i terroristi islamisti avevano ucciso gran parte del suo staff nel 2015, ha annunciato che "non avrebbe disegnato più Maometto". Invece, il settimanale oggi mira ad attaccare chi critica l'islamismo e irride il Dio giudeo-cristiano.

"Il trapianto che funziona peggio è il trapianto di palle", ha detto Jeannette Bougrab, la compagna del compianto direttore di Charlie, Stéphane Charbonnier. La Bougrab ha accusato i sopravvissuti alla strage di essersi piegati al terrorismo e alle minacce tradendo l'eredità della libertà di espressione a causa della quale quegli uomini onesti furono uccisi.

Dopo il massacro del 7 gennaio 2015, il vignettista "Luz" pianse davanti alle telecamere dopo aver presentato una copertina che ritraeva i sopravvissuti, quella in cui c'è Maometto che dice: "Tutto è perdonato". Luz poi è apparso nel programma tv "Le Grand Journal" insieme a Madonna e in un gesto di triste voyeurismo ha mostrato i genitali, censurati dalla scritta "Je suis Charlie".

La svolta normalizzatrice di Charlie si è riflessa anche nella recente decisione drammatica di mettere fine al rapporto di lavoro con un'altra sopravvissuta alla mattanza, la giornalista e intellettuale franco-tunisina Zineb el Rhazoui, che per la sua critica agli estremisti islamici oggi vive sotto scorta della polizia.

"Il giornale non è più lo stesso, Charlie oggi è in preda a un soffocamento artistico ed editoriale", ha detto a Le Monde. La Rhazoui è l'autrice del nuovo libro "Détruire le Fascisme Islamique".

"Dobbiamo continuare a ritrarre Maometto e Charlie non lo sta facendo, significa che non c'è più Charlie", ha detto Patrick Pelloux, un altro vignettista che ha lasciato il settimanale.

C'erano sette vignettisti a Charlie Hebdo. Cinque furono uccisi il 7 gennaio 2015: Charb, Cabu, Honoré, Tignous e Wolinski. Gli altri due, Luz e Pelloux, si dimisero dopo il massacro. Cogliendo l'atmosfera, il mensile Causeur titolò: "Charlie Hebdo fa hara-kiri", giocando con il suicidio giapponese e il precedente nome della testata satirica francese (che era Hara-Kiri). Fra omicidi, abbandoni e autocensura, la storia di Charlie si è quasi conclusa.

Che cosa sta succedendo? Purtroppo, le minacce e gli attacchi degli islamisti funzionano. Una crisi simile ha colpito il quotidiano danese Jyllands-Posten che pubblicò per primo le dodici vignette su Maometto, subito riprodotte da Charlie Hebdo in segno di solidarietà. "L'onore della Francia è stato salvato da Charlie Hebdo", aveva scritto Bernard-Henri Lévy quando il settimanale satirico ripubblicò le vignette danesi su Maometto, mentre tanti "benpensanti" gongolavano sulla "islamofobia" di quelle caricature.

"La verità è che per noi sarebbe del tutto irresponsabile pubblicare le caricature oggi", dice il direttore del Jyllands-Posten, Jorn Mikkelsen, per giustificare la sua autocensura. " Il Jyllands-Posten ha la responsabilità di se stesso e dei propri dipendenti". Come Kurt Westergaard, autore della caricatura di Maometto con la bomba nel turbante, che oggi vive in una casa-fortezza con telecamere di sicurezza e finestre blindate e macchine di guardia all'esterno.

Si è aperto uno scontro ideologico in seno a Charlie Hebdo ben prima dell'attacco terroristico. Zineb el Rhazoui venne chiamata al settimanale dal direttore Stephane Charbonnier, "Charb", il coraggioso giornalista che guidò la battaglia contro l'intimidazione islamista in Europa. Anche dalla sua tomba Charb ha firmato un libro intitolato "Lettera aperta ai truffatori dell'islamofobia che fanno il gioco del razzismo". Ma come scrive Libération, "Riss era in opposizione a Charb, è meno politicamente identificato, più introverso di lui".

Charbonnier faceva capo alla generazione di Philippe Val, Fiammetta Venner e Caroline Fourest, giornalisti libertari decisi a criticare l'Islam, che dal 1992 al 2009 plasmarono il settimanale.

"Charb? Dov'è Charb?", gridavano i terroristi entrati dentro la redazione, per assicurarsi di trovare il giornalista che ritenevano responsabile della controversia sulle caricature di Maometto.

Philippe Val, che come ex direttore di Charlie Hebdo è stato processato a Parigi per la pubblicazione di quelle vignette, ha pubblicato il libro dal titolo "Malaise dans l'inculture", che attacca "il muro di Berlino ideologico" che è stato innalzato dalla sinistra.

Nel 2011, in seguito alle bombe che distrussero gli uffici di Charlie, un manifesto di giornalisti di sinistra aveva dichiarato il rifiuto di sostenere la posizione assunta dal settimanale riguardo all'Islam. Due anni più tardi, uno dei firmatari, Olivier Cyran, un ex redattore di Charlie Hebdo, accusò il giornale di essere "ossessivo nei confronti dei musulmani". Lo stesso fece Philippe Corcuff, un ex giornalista di Charlie che accusò la rivista di fomentare "uno scontro di civiltà".

Gli attacchi continuarono con un altro ex vignettista di Charlie Hebdo, Delfeil de Ton, che sul settimanale Nouvel Observateur, dopo il massacro del 2015, accusò vergognosamente Charb di "aver trascinato" tutta la squadra verso la morte continuando a satireggiare Maometto.

Dopo che i fratelli Kouachi uccisero i giornalisti di Charlie Hebdo, uscirono per strada gridando: "Abbiano vendicato Maometto. Abbiamo ucciso Charlie Hebdo". A distanza di due anni, pare che abbiano vinto. Sono riusciti a far tacere l'ultimo settimanale europeo che è ancora pronto a difendere la libertà di espressione dall'islamismo. E hanno inviato un avvertimento speciale a tutti gli altri. Perché dopo Charlie Hebdo scrivere articoli critici dell'Islam o firmare una vignetta, li rende dei bersagli di attentati e campagne di intimidazione.

La femminista e filosofa Elisabeth Badinter, che ha testimoniato in tribunale per i vignettisti nel documentario "Je suis Charlie", ha detto: "Se i nostri colleghi nel dibattito pubblico non condividono una parte del rischio, allora i barbari avranno vinto".

La rivista Paris Match ha chiesto a Philippe Val se poteva immaginare la scomparsa di Charlie Hebdo. E Val ha replicato: "Sarebbe la fine di un mondo e l'inizio della 'Sottomissione' di Michel Houellebecq". Dopo gli attacchi arriva l'autocensura: la sottomissione. Se Charlie Hebdo è stanco e in fuga dalle responsabilità, chi può biasimarlo? Ma tutti gli altri?

Giulio Meotti, redattore culturale del quotidiano Il Foglio, è un giornalista e scrittore italiano.

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