
La politica energetica dell'Unione Europea ha raggiunto un livello di autolesionismo ideologico che persino i suoi critici più severi difficilmente avrebbero potuto immaginare.
L'economia globale continua a basarsi in larga misura sui combustibili fossili. Trasporti, produzione di energia elettrica, industria pesante, riscaldamento e produzione di materie plastiche dipendono tutti da essi.
La Commissione Europea, in un momento di tensione geopolitica, ha finalmente riconosciuto questa verità. Quando le tensioni aumentano in punti nevralgici come lo Stretto di Hormuz, Bruxelles si unisce agli appelli internazionali per mantenere aperti i flussi energetici, ammettendo implicitamente che la civiltà moderna non può funzionare senza un approvvigionamento affidabile di idrocarburi.
Il 19 marzo 2026, il Consiglio Europeo, composto dai capi di Stato e di governo dei 27 Stati membri dell'Unione Europea, ha rilasciato una dichiarazione, in cui si afferma:
"Il Consiglio Europeo invita alla de-escalation e alla massima moderazione (...) [a] una moratoria sugli attacchi contro le infrastrutture energetiche e idriche. (...) Il Consiglio Europeo accoglie con favore anche i maggiori sforzi annunciati dagli Stati membri, anche attraverso un maggiore coordinamento con i partner nella regione, per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz...".
Agli inizi di aprile, l'UE ha sostenuto una coalizione di oltre 40 Paesi, guidata da Regno Unito e Francia, per mettere in sicurezza e riaprire lo Stretto di Hormuz. Kaja Kallas, rappresentante dell'UE per gli Affari Esteri, ha dichiarato:
"Ripristinare la libertà di navigazione sicura e senza alcun pedaggio nello Stretto, in conformità con il diritto del mare, è una priorità urgente. L'UE sostiene tutti gli sforzi diplomatici per raggiungere quest'obiettivo".
La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, si è inoltre impegnata a collaborare con i partner per riprendere la navigazione "il prima possibile". A metà aprile 2026, von der Leyen ha più volte sottolineato che la chiusura in corso è "fortemente dannosa" per l'UE. Il blocco ha respinto qualsiasi sistema di "pedaggio" o tariffario proposto dall'Iran (o da altri) e ha insistito sul libero passaggio e senza pedaggi, in conformità con il diritto internazionale.
Funzionari dell'UE, hanno ripetutamente evidenziato che circa il 20 per cento del petrolio mondiale e una quota significativa di gas naturale liquefatto (GNL) transitano normalmente attraverso lo Stretto. Hanno inoltre osservato che la chiusura è "davvero pericolosa per le forniture di petrolio e di energia all'Asia" (dato che circa l'85 per cento del petrolio e del gas che transita attraverso Hormuz è destinato al continente asiatico) e ha ripercussioni anche sui fertilizzanti.
In sintesi, sebbene l'UE ponga spesso l'accento sulla "libertà di navigazione" e sul diritto internazionale (passaggio senza pedaggio), è evidente il legame tra questi principi e la dimensione petrolifera ed energetica, sia per l'economia globale sia per l'esposizione dell'Europa stessa a rischi di aumento dei prezzi e di approvvigionamento. L'interruzione della navigazione nello Stretto di Hormuz rappresenta una grave minaccia per la sicurezza energetica, non solo per i diritti marittimi in senso astratto.
Tuttavia, all'interno della stessa Europa, le istituzioni perseguono lo smantellamento sistematico delle proprie capacità nazionali in materia di combustibili fossili. I Paesi Bassi stanno procedendo alla chiusura definitiva e alla sigillatura dei pozzi nel giacimento di gas di Groningen, una delle maggiori riserve europee. La Germania ha accelerato l'abbandono graduale del carbone e, nell'ambito della sua "Energiewende" (la transizione energetica dai combustibili fossili alle energie rinnovabili) come l'eolico e il solare, che non funzionano, ha deliberatamente allagato le miniere di carbone. In tutto il continente, l'esplorazione del gas di scisto rimane di fatto vietata nella maggior parte degli Stati membri. La capacità nucleare è stata ridotta in diversi Paesi, in particolare in Belgio e Germania, con quest'ultima che ha disattivato le sue ultime centrali nucleari.
Il risultato non è la salvezza ambientale. È una dipendenza creata ad hoc che può solo compiacere i produttori di petrolio come la Russia.
L'Europa, pertanto, deve importare la stragrande maggioranza del suo petrolio e del suo gas. Secondo Eurostat e recenti analisi di think tank come Ember, la spesa dell'UE per le importazioni di combustibili fossili, pur essendo inferiore al picco del 2022 di oltre 600 miliardi di euro, si è attestata comunque a circa 337 miliardi di euro nel 2025.
I prezzi del gas e dell'elettricità per uso industriale in Europa sono da due a quattro volte più elevati rispetto a quelli sostenuti dai principali concorrenti negli Stati Uniti o in Asia. Non si tratta di una casualità del mercato, bensì della diretta conseguenza di scelte politiche che hanno eliminato le opzioni di approvvigionamento interno, mentre la domanda, sia interna che globale, continua a crescere senza sosta.
Le conseguenze economiche sono già visibili e gravi. Le industrie ad alta intensità energetica, come quelle siderurgiche, chimiche, dei fertilizzanti, del vetro e della raffinazione, si stanno trasferendo fuori dall'Europa o stanno riducendo la produzione. La competitività si sta erodendo. Le famiglie si trovano ad affrontare bollette energetiche sempre più salate, che contribuiscono a una diffusa povertà energetica: i dati ufficiali dell'UE mostrano che circa il 9-10 per cento della popolazione, oltre 40 milioni di persone, fatica a riscaldare la propria abitazione.
Si stima che, tra il 2021 e il 2024, i costi supplementari complessivi delle importazioni di combustibili fossili ammontassero a quasi 930 miliardi di euro in più rispetto ai livelli precedenti alla guerra in Ucraina. Una cifra ingente, che si traduce in un trasferimento di ricchezza a vantaggio dei produttori di petrolio in Russia e in altri Paesi, un esito ben lontano da quello immaginato da chi aveva promesso "autonomia strategica".
Non si tratta di un mero errore politico né di pragmatismo a breve termine. È la logica conseguenza di un quadro ideologico, una sorta di infatuazione quasi religiosa per una visione idealizzata di purezza climatica che, per un certo periodo, ha conquistato le principali istituzioni dell'UE. Per quanto animata da buone intenzioni (dopotutto, chi non desidera avere aria pulita?) quest'aspirazione è stata puntualmente vanificata, settimana dopo settimana, dall'aumento delle emissioni di CO2 da parte di Cina e India, a un ritmo superiore a quello con cui l'Europa è riuscita a ridurre le proprie.
Ciò a cui stiamo assistendo è l'applicazione pratica del marxismo culturale, la teoria del dopoguerra che ha spostato il fulcro della lotta rivoluzionaria dall'economia alla cultura e alle istituzioni. Di fronte al fallimento empirico del marxismo classico, pensatori come Herbert Marcuse hanno ridefinito la civiltà occidentale stessa come oppressore. Il capitalismo, la società industriale e le tradizionali fonti di indipendenza energetica sono diventati bersagli non per i loro fallimenti, ma perché simboli del successo stesso dell'Occidente, del capitalismo e degli incentivi delle economie di libero mercato. "Il capitalismo ha fatto più di qualsiasi altra forza nella storia per dare potere alle persone e innalzare gli standard di vita", secondo Michael D. Tanner, esperto americano di povertà e disuguaglianza economica.
Il compianto economista americano Milton Friedman, che promuoveva la libertà economica, l'ampliamento delle opportunità e la crescita economica, disse in un'intervista del 1979:
"Gli unici casi in cui le masse sono sfuggite (...) alla povertà estrema (...) gli unici casi registrati nella storia, sono quelli in cui c'erano il capitalismo e, in larga misura, il libero mercato. Se lei vuole sapere dove le masse stanno peggio, peggio davvero, è proprio in quelle società che si discostano da questo modello".
Invece di distribuire piccole fette di una torta finita, perché non farne una più grande?
Ciononostante, questo attuale "marxismo da salotto" che, in modo controfattuale e autodistruttivo, continua a nutrire ostilità nei confronti del capitalismo e dei risultati raggiunti dall'Occidente, permea la Commissione Europea e gli organismi ad essa collegati.
Il "Green Deal" e le normative ad esso associate vengono presentati come imperativi ambientali, ma il loro effetto è quello di indebolire deliberatamente la base industriale e la sicurezza energetica dell'Europa. I combustibili fossili non vengono osteggiati solo per le loro emissioni; vengono contrastati perché sono alla base della prosperità, dell'indipendenza e del potere, attributi che la visione del mondo del marxismo culturale cerca di delegittimare. Una popolazione benestante e indipendente è più difficile da controllare. Sul piano politico, condizioni di povertà e dipendenza possono indurre a rieleggere leader incompetenti nella persistente aspettativa di un intervento risolutivo. È nell'interesse di quei leader continuare a perpetuare la promessa di un salvataggio, senza tradurla in risultati concreti.
La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo e altri meccanismi sovranazionali hanno rafforzato questo orientamento, privilegiando obiettivi climatici astratti e velleitari, vere e proprie aspirazioni "campate in aria", rispetto al benessere concreto dei cittadini europei.
Il risultato è un continente che impartisce lezioni al mondo sulla decarbonizzazione, mentre silenziosamente aumenta la propria dipendenza da costose importazioni di petrolio e gas, spesso provenienti da regimi il cui operato in materia di diritti umani, le cui ambizioni geopolitiche e l'impegno sul fronte climatico sono oggetto di un'attenzione decisamente insufficiente.
L'Europa non è priva di risorse energetiche. Le manca la volontà politica di utilizzarle. Le sole risorse di petrolio e gas del Mare del Nord rappresentano un tesoro inestimabile. Finché i decisori politici europei non affronteranno le radici ideologiche di questa strategia controproducente, e non daranno priorità alla sicurezza e alla prosperità dei propri cittadini rispetto a visioni utopistiche, il continente continuerà la sua deriva verso la deindustrializzazione, la povertà diffusa e l'irrilevanza strategica.
Lo Stretto di Hormuz riaprirà presto completamente, ma il percorso dell'Europa verso l'indipendenza energetica viene deliberatamente e in modo autodistruttivo precluso.
Drieu Godefridi è giurista (Université Saint-Louis de Louvain), filosofo (Università Saint-Louis de Louvain) e dottore in Teoria del diritto (Paris IV-Sorbonne). È imprenditore, CEO di un gruppo europeo di istruzione privata e direttore di PAN Medias Group. È autore di The Green Reich (2020).
