Il 7 ottobre, Israele non è stato semplicemente attaccato. L'obiettivo era distruggerlo.
Il massacro fu orchestrato non solo per uccidere innocenti, ma anche per inviare un messaggio, ossia che il terrore poteva umiliare Israele, traumatizzarlo, isolarlo e costringerlo alla ritirata. Nelle ore e nei giorni che seguirono, tra scene di massacri, rapimenti e lutto nazionale, si avvertiva il riaffiorare di un'antica illusione. Molte voci, apertamente o in modo sommesso, sostennero che quel massacro segnava l'inizio della fine di Israele. Si sbagliavano.
Israele non è crollato. Si è rialzato. Ha dato sepoltura ai propri morti, ha lottato per i propri ostaggi e ha assorbito un colpo che avrebbe annientato molte nazioni. Ma Israele ha inoltre compreso qualcosa di essenziale: se il 7 ottobre doveva restare un orrore anziché diventare un modello, non bastava colpire soltanto la mano che aveva compiuto il massacro. Occorreva affrontarne la fonte.
Influenza costruita tramite proxy
Quella fonte non era soltanto Gaza. Era il sistema che stava dietro Gaza: il regime di Teheran che per decenni ha finanziato, armato, addestrato e alimentato ideologicamente un'infrastruttura regionale del terrore. L'Iran non ha costruito la sua influenza attraverso la diplomazia o lo sviluppo. L'ha costruita attraverso reti di proxy, milizie, ricatti, guerre settarie e il deliberato indebolimento degli Stati sovrani.
Ecco perché la decisione del primo ministro Netanyahu, insieme al presidente Donald Trump, di affrontare l'Iran non è stata imprudente. È stata un atto di coraggio.
Sarebbe stato sconsiderato metabolizzare il 7 ottobre, parlare di resilienza e lasciare intatto il meccanismo che ha reso possibile tale barbarie. Sarebbe stato sconsiderato punire i carnefici proteggendo al contempo gli artefici. Sarebbe stato sconsiderato consentire a Teheran di continuare a credere di poter armare le milizie, terrorizzare i Paesi vicini, destabilizzare le capitali e rimanere impunita.
Netanyahu e Trump hanno dimostrato il contrario
Ciò che è accaduto è stato l'esatto contrario. La decisione politica è stata fondata. La strategia era chiara. E i risultati militari concreti. Gli attacchi israelo-americani non hanno prodotto solo un mero effetto simbolico: hanno ridotto le capacità, interrotto le catene di comando, ridimensionato la portata delle Guardie della Rivoluzione Islamica e infranto l'illusione che questo regime fosse intoccabile. Per troppo tempo, i governanti iraniani avevano dato per scontato che le democrazie avrebbero esitato all'infinito e confuso la paura con la prudenza. Netanyahu e Trump hanno dimostrato il contrario.
Questo è importante, perché il coraggio nell'arte di governare è spesso frainteso. Non è arroganza né impulsività e nemmeno gusto per l'escalation. Il coraggio è la volontà di agire quando il costo dell'inazione è diventato maggiore del rischio dell'azione. Dopo il 7 ottobre, quel momento era giunto.
Una volta compresa questa realtà, Hezbollah inevitabilmente assume un ruolo centrale nella discussione.
Hezbollah non rappresenta una minaccia solo per il confine nord di Israele. È una piaga regionale. Hezbollah ha preso in ostaggio lo Stato libanese, ha subordinato la sovranità del Libano agli interessi iraniani e ha condannato il popolo libanese a sopportare il costo di guerre che non ha scelto. Ha trasformato un fiero Paese arabo in una piattaforma per le ambizioni di Teheran. E la sua minaccia si estende ben oltre il Libano e Israele.
Ecco perché il quadro regionale più ampio è importante. La scoperta di reti legate a Hezbollah e all'Iran nel Golfo ci ricorda che questa minaccia non è locale, ma transnazionale. Il Bahrein vive da tempo all'ombra della sovversione iraniana. Gli Emirati Arabi Uniti si sono trovati ad affrontare la stessa logica di infiltrazione e destabilizzazione. Il Marocco ha compreso il pericolo anni fa, quando ha interrotto le relazioni diplomatiche con Teheran a causa del sostegno iraniano al Fronte Polisario. Geografie diverse, stesso metodo: infiltrarsi, armare, radicalizzare e indebolire gli Stati sovrani dall'interno o tramite proxy.
Gli Emirati Arabi Uniti sono rimasti fermi sulle proprie posizioni. Anche il Bahrein ha mantenuto la propria fermezza. Il Marocco ha lanciato l'allarme tempestivamente.
Questi Stati meritano più di un semplice plauso, hanno diritto a un sostegno strategico. Gli Emirati Arabi Uniti hanno piena legittimità a rivendicare le loro tre isole occupate. Il Marocco ha piena legittimità a consolidare il riconoscimento internazionale della sua sovranità sul Sahara. E il Bahrein, un regno in prima linea che ha mantenuto la propria fermezza quando altri esitavano, merita un sostegno economico e strategico significativo, commisurato al peso che ha sopportato.
Questi Paesi devono essere riconosciuti per ciò che rappresentano. Gli Accordi di Abramo non sono mai stati una mera cerimonia diplomatica. Incarnano una scelta strategica e civilizzazionale: una decisione a favore della modernità, della sovranità, dello sviluppo e della pace contro un ordine regionale fondato su milizie, intimidazioni e guerre permanenti. Questo conflitto non ha cambiato quella scelta. L'ha messa alla prova, e ha retto. Questo potrebbe essere uno dei fatti politici più rilevanti emersi da questa guerra.
La vera divisione in Medio Oriente non è più quella di un tempo, che in tanti continuano a ripetere per abitudine. Non si tratta semplicemente di arabi contro israeliani. È tra chi desidera Stati funzionanti e chi prospera su Stati collassati; tra chi costruisce e chi ricatta; tra chi sceglie l'ordine, la prosperità e la coesistenza e chi glorifica la rivoluzione e il conflitto permanenti.
Il ruolo di Israele in questo scontro militare dovrebbe essere riconosciuto con onestà.
Israele è un Paese di piccole dimensioni in un contesto regionale particolarmente ostile, eppure ha costruito istituzioni sovrane di straordinaria resilienza. La sua forza non è casuale: è frutto di disciplina, eccellenza, sofisticazione tecnologica, vitalità democratica e di una profonda consapevolezza che la sopravvivenza impone un approccio rigoroso. Il Mossad, le Forze di Difesa Israeliane e più in generale l'apparato di sicurezza nazionale hanno più volte dimostrato cosa può fare uno Stato quando intelligence, eccellenza operativa e volontà politica agiscono in modo coordinato.
Ma le istituzioni da sole non bastano. Anche gli apparati militari e di intelligence più efficienti riscontrano limiti operativi se la leadership politica è troppo esitante nell'agire. Ecco perché la leadership è importante. Netanyahu dovrebbe essere giudicato in quest'ottica: non ha privilegiato soluzioni di comodo, ma ha scelto di assumersi il peso della responsabilità. E Trump, a prescindere da ciò che si possa pensare di lui su certi aspetti del suo operato, ha colto un punto che molti altri non hanno compreso: vi sono momenti in cui la deterrenza non può essere ristabilita attraverso dichiarazioni, conferenze o comunicati attentamente ponderati. Deve essere ristabilita con la forza.
Questa non è imprudenza. È leadership.
Il regime iraniano si trova oggi a operare su un arco temporale precario. Ciò non significa che scomparirà domani. Le dittature spesso sopravvivono più a lungo del previsto. Ma qualcosa di fondamentale è cambiato. L'aura di inevitabilità si è infranta. L'immagine di invulnerabilità è andata in frantumi. La paura ha iniziato a cambiare schieramento. Il regime possiede ancora prigioni, strumenti di propaganda, armi e fanatici. Ma non possiede più lo stesso mito di un potere intoccabile.
Il prossimo capitolo deve dunque essere preparato con saggezza. Non contro il popolo iraniano, ma insieme ad esso. Invece di nutrire odio verso l'Iran, dovremmo nutrire la speranza di un Iran trasformato. Il popolo iraniano non sono i mullah. È la prima vittima di un regime che ha degradato la sua civiltà, soffocato le sue libertà e dissipato la grandezza della sua nazione in terrore, corruzione e guerra ideologica.
Dopo il 7 ottobre, Israele avrebbe avuto tutte le ragioni per rimanere intrappolato nel dolore e nella difesa. Invece, ha scelto una strada più ardua: affrontare la fonte del terrore.
Questa non è stata imprudenza. È stato coraggio.
E la storia potrebbe ancora documentare che, mentre molti prevedevano la fine di Israele, è stato invece Israele a contribuire ad avviare la fine dell'ordine terroristico di Teheran.
Il dottor Ahmed Charai è presidente e CEO di Global Media Holding, un conglomerato editoriale e radiotelevisivo. È inoltre consulente politico per il Medio Oriente a Washington e i suoi articoli appaiono su testate come The New York Times, Politico, The Wall Street Journal, The Hill, Foreign Policy, National Interest, The Jerusalem Post, Haaretz e altre ancora. Fa parte del consiglio di amministrazione di numerosi think tank, tra cui l'Atlantic Council, il Center for Strategic and International Studies, l'International Crisis Group, l'International Center for Journalists, il Foreign Policy Research Institute, il Center for National Interest e il Jerusalem Institute for Strategy and Security.
