
Il 14 febbraio 2026, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha pronunciato un discorso dai toni elogiativi sull'Europa e sulla sua eredità storica alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco. Rubio ha tuttavia osservato che l'Europa sta attraversando una fase di indebolimento. "Non vogliamo che i nostri alleati siano deboli", ha dichiarato.
Le sue parole sono state inizialmente accolte con favore dai leader politici e dai giornalisti europei presenti in sala, ma l'entusiasmo è durato poco. Diversi giornalisti hanno ben presto rilevato che, sebbene Rubio avesse mostrato verso l'Europa un atteggiamento più conciliante rispetto a quello del vicepresidente statunitense J.D. Vance l'anno precedente, il suo intervento sembrava comunque "arrogante" nel dare per scontato che l'Europa avesse bisogno di consigli su come diventare più forte.
Alcuni hanno osservato che la Strategia di Sicurezza Nazionale dell'amministrazione Trump, pubblicata nel novembre 2025, aveva messo in guardia l'Europa dal "rischio di cancellazione della propria civiltà", un'affermazione che qualcuno aveva definito un vero e proprio "insulto" nei confronti dell'Europa.
Anche i leader politici europei si sono affrettati a respingere le parole di Rubio. Kaja Kallas, alto rappresentante dell'Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, nel suo intervento a Monaco, ha dichiarato: "Contrariamente a quanto alcuni potrebbero dire (...) l'Europa non è davanti alla cancellazione della sua civiltà".
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha sottolineato a sua volta che i "valori europei" non erano quelli propugnati dall'amministrazione Trump.
Purtroppo, queste reazioni non cambiano il dato più inquietante: la cancellazione dell'Europa come civiltà è già in corso. L'Europa è avviata verso un rapido e diffuso declino, potenzialmente irreversibile, e il tempo a disposizione è ormai pochissimo. Senza interventi drastici capaci di invertire tendenze profondamente radicate, la civiltà europea, già solo sul piano demografico, potrebbe presto appartenere al passato.
Sul piano economico, l'Europa versa in condizioni drammatiche. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, nel 1980, i nove Stati membri della Comunità Economica Europea (l'attuale Unione Europea ora conta 27 Stati membri) rappresentavano circa il 27 per cento del PIL mondiale. Alla fine del 2025, la quota riconducibile agli stessi nove Paesi, cui si aggiunge l'ex Germania Est, era crollata al 15,5 per cento del PIL globale. Alcuni economisti europei attribuiscono questo divario alla rapida crescita della Cina e delle economie dell'Asia orientale. Ma il confronto con gli Stati Uniti mette in discussione questa spiegazione: nel 1980, gli USA rappresentavano il 25,3 per cento del PIL mondiale, una quota inferiore a quella europea. Alla fine del 2025, invece, la loro quota aveva raggiunto circa il 26 per cento, risultando leggermente superiore a quella del 1980.
Da quasi cinquant'anni, l'Unione Europea registra tassi di crescita economica e di produttività inferiori a quelli degli Stati Uniti. Le statistiche mostrano inoltre che, nella quasi totalità dei Paesi membri dell'UE, il gettito fiscale complessivo delle amministrazioni pubbliche in rapporto al PIL è aumentato, una tendenza che non si è registrata negli USA. Oggi, in media, le entrate fiscali delle amministrazioni pubbliche rappresentano più del 40 per cento del PIL complessivo dell'Unione Europea. La percentuale è più bassa in alcuni Paesi, come l'Irlanda (22,4 per cento), ma più alta in diversi altri: Danimarca (45,8 per cento), Francia (45,3 per cento), Belgio (45,1 per cento) e Italia (42,6 per cento). Negli Stati Uniti, il gettito fiscale complessivo delle amministrazioni pubbliche (imposte federali, statali e locali, oltre ai contributi previdenziali) rappresentava nel 1980 il 25,6 per cento del PIL. Oggi è ancora al 25,6 per cento. In media, le popolazioni dei Paesi dell'Unione Europea pagano complessivamente imposte molto più elevate rispetto agli americani, nonostante gli ingenti investimenti statunitensi nella difesa. Il divario tra l'UE e gli Stati Uniti è ormai enorme.
I Paesi dell'Unione Europea hanno costruito sistemi di welfare che, dal 1980, si sono progressivamente ampliati, finendo per frenare la crescita economica. Oggi, la spesa sociale assorbe quasi il 40 per cento della spesa pubblica complessiva nell'UE, una quota nettamente superiore a quella degli Stati Uniti. I contributi previdenziali obbligatori in Europa sono da due a due volte e mezzo più elevati rispetto agli Stati Uniti a parità di salario lordo. Questo onere incide significativamente sul costo del lavoro per le imprese europee e contribuisce a spiegare perché la retribuzione netta dei lavoratori sia inferiore in Europa rispetto agli USA. In media, in Europa, un salario mensile di 2 mila euro (2.300 dollari) costa a un'azienda complessivamente 3.800 euro (4.375 dollari). Negli Stati Uniti, invece, un salario mensile di 2 mila dollari comporta per l'azienda un costo di appena 2.200-2.800 dollari, a seconda dello Stato in cui opera. La differenza è considerevole e contribuisce a spiegare perché il tasso di disoccupazione in Europa sia più elevato rispetto a quello degli USA.
L'Unione Europea ha inoltre moltiplicato le normative soffocanti che impongono alle imprese un pesante fardello. Le restrizioni alla produzione di gas ed elettricità, unite alla spinta verso una rapida e costosissima transizione verso le "fonti più sostenibili", hanno fatto sì che oggi i prezzi del gas naturale in Europa siano da tre a cinque volte superiori a quelli degli Stati Uniti, mentre quelli dell'elettricità sono da due a quattro volte più elevati. Per riuscire a sopravvivere, molte aziende europee hanno trasferito la propria produzione al di fuori del Vecchio Continente.
I flussi degli investimenti internazionali stanno registrando una fuga di capitali dall'Europa. Nove delle dieci principali aziende tecnologiche al mondo sono americane; la decima è taiwanese. In questo settore cruciale non c'è alcun grande protagonista europeo e l'Europa è quasi completamente assente dal campo dell'intelligenza artificiale.
Sebbene le ondate di calore colpiscano l'Europa da oltre vent'anni, il continente continua a mostrarsi restio all'uso dell'aria condizionata, considerandola una soluzione costosa e non indispensabile, anche a causa dell'elevato consumo di elettricità. In media, solo il 20 per cento circa delle famiglie nei Paesi dell'UE dispone di un impianto di climatizzazione. Nel 2003, un'ondata di calore in Europa provocò più di 20mila morti. Da allora, tuttavia, sono state adottate misure insufficienti per prevenire il ripetersi di una tragedia simile e, nel 2026, una nuova ondata di calore ha già causato 25mila vittime.
Anche altri fattori stanno contribuendo al declino dell'Europa.
Il pessimismo sul futuro (alimentato dalla discutibile narrazione che demonizza il "riscaldamento globale causato dall'uomo" e dall'allarmismo esasperato sul rischio che il pianeta possa diventare inabitabile) è in aumento in Europa. I sondaggi mostrano che il 63 per cento degli europei ritiene ormai che i propri anni migliori siano alle spalle, mentre il 77 per cento pensa che per la prossima generazione la vita nel proprio Paese sarà più difficile. A questo pessimismo si accompagna un forte calo delle nascite, mentre i dati indicano un rapido invecchiamento della popolazione. Nell'Unione Europea, il tasso di natalità medio è oggi di 1,34 figli per donna, ben al di sotto del livello di 2,1 necessario per garantire il ricambio generazionale. Questo fenomeno riflette un processo di invecchiamento demografico sempre più rapido, che esercita una pressione crescente sui sistemi pensionistici e sanitari. In Spagna, il tasso di fecondità si attesta a 1,10 figli per donna, in Italia a 1,14, e in Polonia a 1,10. 1,10. In assenza di un'inversione di tendenza, tutti e tre i Paesi sono destinati ad affrontare un rapido declino della popolazione. I dati indicano che nel 2025 nell'UE si sono registrate 3,46 milioni di nascite a fronte di 4,81 milioni di decessi.
In Europa, sta prendendo piede una tendenza a ridimensionare il ruolo tradizionale della famiglia, aggravando ulteriormente il problema del ricambio demografico. In diversi Paesi europei (tra cui Spagna, Svezia, Francia e Regno Unito) i programmi scolastici dedicati all'educazione affettiva e sessuale affrontano temi quali l'identità di genere, la transizione di genere e la pluralità delle strutture familiari, comprese quelle con due madri o due padri. In tutta Europa è in aumento il numero delle famiglie composte da coppie dello stesso sesso e di quelle monoparentali, e le statistiche mostrano che queste famiglie hanno in genere meno figli rispetto a quelle composte da un padre e una madre.
La popolazione europea è in calo, ma, almeno per il momento, la migrazione di massa potrebbe rappresentare più un onere per le finanze europee che un apporto alla forza lavoro o alla crescita economica. I rapporti burocratici prevedono con ottimismo benefici "a lungo termine". Ma anche ammesso che la migrazione di massa produca vantaggi economici, essa starebbe comunque conducendo il continente europeo verso una sorta di morte culturale.
La maggior parte dei nuovi immigrati in Europa proviene dal mondo musulmano e, mostrerebbe una scarsa propensione all'integrazione e all'adozione dei modelli culturali occidentali. Anzi, in molti casi sarebbe apertamente dissuasa dal farlo dai leader delle proprie comunità, anche attraverso pratiche come i cosiddetti "delitti d'onore". Inoltre, le donne musulmane hanno in media più figli rispetto a quelle non musulmane. Nel Regno Unito, gli uomini musulmani possono avere fino a quattro mogli se i matrimoni sono stati celebrati all'estero, e ciascuna moglie può beneficiare di ulteriori prestazioni sociali. I musulmani sarebbero inoltre indottrinati a disprezzare la tolleranza europea nei confronti dell'omosessualità; a rifiutare ciò che viene insegnato ai loro figli sulla storia e sull'educazione sessuale, a considerare l'Europa decadente e spregevole e a respingere apertamente le società nelle quali hanno scelto di vivere. Si starebbe persino affermando una crescente richiesta da parte degli immigrati di trasformare l'Europa in qualcosa di più simile ai Paesi del Terzo Mondo che hanno abbandonato.
La percentuale di musulmani nel Regno Unito, in Francia, Belgio, Paesi Bassi e Svezia è aumentata di decennio in decennio, con conseguenze che chiunque avesse una minima conoscenza della storia avrebbe potuto prevedere. I moniti sono rimasti inascoltati.
La maggior parte dei musulmani che arrivano in Europa proviene da Paesi in cui l'antisemitismo e l'ostilità nei confronti di Israele sono ampiamente diffusi. Una volta stabilitisi in Europa, manterrebbero atteggiamenti antisemiti e fortemente ostili verso Israele, contribuendo in modo significativo al drastico aumento dell'odio nei confronti degli ebrei e dei sentimenti anti-israeliani nei Paesi in cui si sono insediati. Molti europei autoctoni si schierano politicamente al loro fianco, si dichiarano antisionisti (contrari all'esistenza di Israele) e mostrano una notevole tolleranza nei confronti dell'antisemitismo di matrice musulmana.
Nel Regno Unito, la Equality and Human Rights Commission, in un rapporto pubblicato il 29 ottobre 2020, accertò che il Partito Laburista aveva commesso atti di "interferenza politica inappropriata" da parte dell'ufficio di Jeremy Corbyn nella gestione di diversi casi di antisemitismo. Corbyn fu quindi sospeso dal partito e, nel 2024, ne venne espulso. Successivamente fondò una nuova formazione politica insieme a un'altra ex esponente laburista, Zarah Sultana, musulmana e "antisionista". Entrambi furono rieletti nel 2024 e sono tuttora parlamentari.
In Francia, il principale partito della Sinistra, La France Insoumise, si definisce "antisionista", sostiene apertamente le organizzazioni palestinesi e si rifiuta di definire Hamas un'organizzazione terroristica. Alcuni suoi esponenti, accusati di aver pronunciato dichiarazioni antisemite, sono stati perseguiti, ma non condannati.
A partire dall'invasione di Israele e dal massacro del 7 ottobre 2023 perpetrati dal gruppo terroristico Hamas, e per tutta la durata della guerra condotta da Israele contro Hamas a Gaza, in tutte le principali città dell'Europa occidentale si sono susseguite manifestazioni contro Israele, durante le quali sono stati scanditi slogan a sostegno di Hamas. In modo allarmante, dopo il massacro gli episodi di antisemitismo hanno registrato una forte impennata in tutta l'Europa occidentale, mentre gli ebrei continuano a lasciare il Vecchio Continente.
Un sondaggio condotto per conto dell'European Jewish Congress (EJC) rileva che la maggioranza degli ebrei che vivono ancora in Europa prenderebbe in considerazione l'idea di lasciare il continente. Nel 2024, Ariel Muzicant, presidente dell'EJC, ha dichiarato: "Stiamo perdendo la battaglia. Il 57 per cento degli ebrei europei sta valutando di lasciare l'Europa. Nel giro di pochi anni, il 50 per cento delle comunità potrebbe non esistere più".
I partiti politici che si presentano come difensori della civiltà e dei valori occidentali, opponendosi a quella che definiscono "l'islamizzazione dell'Europa" e la "cancellazione della civiltà europea", stanno guadagnando consenso elettorale in diversi Paesi del continente. Al tempo stesso, i leader politici delle principali nazioni europee e delle istituzioni dell'UE sembrano determinati a impedire a questi partiti di andare al governo ( come documentato qui, qui e qui).
In Germania, Alternative für Deutschland (AfD) è in testa nei sondaggi sulle intenzioni di voto, ma continua a essere esclusa da qualsiasi alleanza di governo attraverso la cosiddetta Brandmauer (il muro di fuoco o di contenimento eretto dagli altri partiti). A livello federale e regionale, gli altri partiti hanno adottato una linea di netta esclusione nei confronti dell'AfD, rifiutando alleanze e accordi di governo con il partito e impedendone di fatto l'accesso alle maggioranze necessarie per formare un esecutivo.
Nel Regno Unito, ormai fuori dall'Unione Europea, Reform UK ha ottenuto importanti risultati nelle recenti elezioni amministrative e potrebbe arrivare a superare il Partito Conservatore sul piano elettorale. Parallelamente, un sondaggio nazionale condotto il 26 e 27 luglio 2026 ha rilevato un minimo storico per il Partito Laburista nelle intenzioni di voto: appena il 22 per cento, il dato più basso registrato per un partito di governo britannico dagli anni Quaranta. Con le prossime elezioni politiche previste non prima del 2029, Keir Starmer si è dimesso da primo ministro e il Partito Laburista ha nominato al suo posto Andy Burnham, in quella che appare come una strategia per evitare, per quanto possibile, il ricorso anticipato alle urne.
In Francia, il Rassemblement National (RN) è da anni il partito più popolare del Paese. Alle elezioni legislative del 2024, RN sembrava essere a un passo dalla conquista della maggioranza assoluta. Alla vigilia del secondo turno, il presidente Emmanuel Macron invitò tutte le altre forze politiche a dar vita a un "fronte repubblicano". I loro leader esortarono gli elettori a sostenere, in ogni collegio, il candidato con maggiori possibilità di sconfiggere quello di Rassemblement National. Ne derivò un inedito incrocio di voti: elettori della Destra moderata finirono per sostenere candidati della Sinistra radicale, mentre parte dell'elettorato di Sinistra e dell'estrema Sinistra votò per esponenti della Destra moderata. Il risultato fu un'Assemblea Nazionale profondamente frammentata, incapace di esprimere una maggioranza sufficientemente coesa per garantire stabilità all'azione di governo e portare avanti un programma politico organico.
La situazione economica della Francia era già motivo di preoccupazione e da allora è ulteriormente peggiorata. La disoccupazione oggi si attesta all'8 per cento ed è in aumento, mentre continua a crescere anche il numero di fallimenti tra le piccole e medie imprese: nel 2025, sono state 69.957 le aziende dichiarate insolventi. Sul piano politico, Marine Le Pen, leader del Rassemblement National, è in testa ai sondaggi in vista delle elezioni presidenziali del 2027. Le Pen era stata condannata a tre anni di reclusione e a 45 mesi di interdizione dai pubblici uffici, di cui 30 con la sospensione condizionale della pena, per fatti che in precedenza avevano portato all'archiviazione di accuse analoghe nei confronti di Jean-Luc Mélenchon, leader de La France Insoumise. L'accusa riguardava l'utilizzo di assistenti parlamentari degli eurodeputati a Parigi per svolgere attività a favore degli stessi deputati. Le Pen ha impugnato la sentenza davanti alla Corte di Cassazione, la massima autorità giudiziaria francese, che ha sospeso l'esecuzione della condanna.
La condanna non ha intaccato la popolarità di Marine Le Pen. La Corte di Cassazione ha annunciato che si pronuncerà sul ricorso prima delle elezioni presidenziali del 2027, mentre il presidente della Corte ha lasciato intendere che la condanna potrebbe essere confermata. Ciò significherebbe che, in caso di vittoria, Le Pen diventerebbe il primo presidente francese a conquistare l'Eliseo mentre è ancora soggetta a una pena detentiva. Mathilde Panot, presidente del gruppo parlamentare de La France Insoumise all'Assemblea Nazionale, ha dichiarato che il suo partito non riconoscerebbe la legittimità di un'eventuale vittoria di Le Pen nel 2027 e ha evocato la possibilità di una sollevazione.
Il "reato" dei partiti politici invisi alle "élites" europee consisterebbe nel difendere i valori dell'Occidente, combattere l'islamizzazione dell'Europa e opporsi alla cancellazione della civiltà europea. Per questo, tali forze politiche sarebbero oggetto di strategie volte a escluderle dal governo e sottoposte a una pressione costante da parte dei loro avversari politici, i quali non si limitano a contrastarne le posizioni, ma sembrano al contempo trascinare il continente verso una spirale di declino e verso una possibile morte culturale.
Guy Millière, insegna all'Università di Parigi ed è autore di 27 libri sulla Francia e l'Europa.
