Da più di vent'anni, la comunità internazionale si sente ripetere che i giornalisti palestinesi nella Striscia di Gaza offrono al mondo un resoconto senza filtri di ciò che accade sul posto.
Una recente intervista al giornalista e fotografo palestinese Motaz Azaiza dovrebbe spingere a ricredersi chiunque abbia accettato questa tesi senza metterla in discussione.
Azaiza è tutt'altro che una figura di secondo piano. Le sue immagini da Gaza hanno raggiunto milioni di persone in tutto il mondo. È stato inserito da TIME tra le "100 persone più influenti" del 2024, ha ricevuto premi internazionali ed è diventato una delle voci palestinesi più riconoscibili nel documentare la guerra a Gaza.
È proprio per questo che le sue recenti rivelazioni sono così importanti.
Azaiza ha raccontato in dettaglio come lavoravano i giornalisti sotto il governo di Hamas. Ha descritto un contesto in cui essi erano sottoposti a pressioni per non criticare Hamas e, in alcuni casi, per interrompere le riprese quando i palestinesi esprimevano rabbia nei confronti del gruppo terroristico.
Non si tratta di accuse mosse da un esponente del governo israeliano o da un'organizzazione filoisraeliana. Sono dichiarazioni di un giornalista palestinese diventato famoso a livello internazionale per aver documentato la guerra.
Azaiza ha rivelato l'esistenza di un gruppo WhatsApp chiamato "SMART", gestito da un responsabile dei media legato ad Hamas e collegato al valico di Rafah, tra la Striscia di Gaza e l'Egitto. Strutture di questo tipo contribuiscono a fare in modo che i contenuti condivisi tra i giornalisti siano conformi alla linea comunicativa approvata prima di essere diffusi a un pubblico più ampio.
Ancora più rivelatore è il racconto di Azaiza su ciò che accadeva quando a criticare Hamas erano gli stessi palestinesi. In una scena descritta dal fotoreporter palestinese, alcune persone appena scese da un'ambulanza gridavano contro l'organizzazione terroristica, dicendo: "Che Dio si vendichi di Hamas". A quel punto, alcuni presenti o membri del gruppo lo hanno costretto a spegnere la telecamera.
Che cosa emerge da tutto questo?
Quando i palestinesi puntavano il dito contro Israele, le telecamere restavano accese. Quando invece accusavano Hamas, venivano spente.
Azaiza ha affermato che Hamas impone una narrazione selettiva: rivendica vittorie e responsabilità per le azioni militari, mentre respinge le accuse interne e minimizza le critiche e le lamentele della popolazione civile. Questo rende difficile per i media indipendenti mostrare la realtà sul campo senza filtri. Azaiza ha inoltre riconosciuto che uscire da questo schema espone i giornalisti a dure reazioni, tra cui campagne coordinate sui social, accuse di tradimento e intimidazioni fisiche all'interno di Gaza.
Al pubblico internazionale è stato spesso detto che le immagini provenienti dalla Striscia di Gaza offrivano una testimonianza senza filtri delle sofferenze dei palestinesi.
Il racconto di Azaiza, tuttavia, restituisce un quadro molto più complesso: i giornalisti operavano in un contesto politico in cui criticare Hamas poteva avere conseguenze.
Azaiza ha ammesso apertamente di aver inizialmente esitato sulla possibilità di pubblicare materiale che mostrava palestinesi mentre criticavano Hamas. Ha raccontato di non aver mai visto un giornalista di Gaza pubblicare contenuti di questo tipo. Ha inoltre rivelato di essere cresciuto sostenendo Hamas e che l'ideologia del movimento e la cultura della "resistenza" facevano parte dell'ambiente in cui è stato allevato.
Si tratta di un'ammissione tutt'altro che marginale. Aiuta a spiegare perché dal resto del mondo siano arrivate relativamente poche testimonianze da Gaza sulla responsabilità di Hamas per le sofferenze della popolazione palestinese sotto il suo controllo. E solleva una domanda inevitabile: quanto di ciò che il mondo ha visto arrivare da Gaza riflette ciò che i giornalisti hanno realmente visto, e quanto, invece, ciò che erano autorizzati a mostrare?
L'attività giornalistica svolta sotto intimidazione non può essere considerata automaticamente indipendente. La distinzione è particolarmente importante perché i media internazionali si sono spesso affidati a giornalisti, fotografi, traduttori e collaboratori locali con base a Gaza per ottenere informazioni che non avrebbero potuto raccogliere direttamente.
Se i giornalisti palestinesi operano sotto la pressione di Hamas, le implicazioni vanno ben oltre i media palestinesi. Il condizionamento può arrivare fino alle organizzazioni dei media internazionali che si affidano ai loro contenuti.
Un corrispondente estero o un redattore che segue gli eventi da migliaia di chilometri da Gaza può credere di ricevere una testimonianza diretta e attendibile da parte di un giornalista locale indipendente. Se però quel giornalista è sottoposto alle pressioni di Hamas, all'autocensura o a forme di controllo organizzato, la testata straniera può finire, senza saperlo, per dipendere da una narrazione già filtrata.
È così che un gruppo terroristico islamista può influenzare il panorama dell'informazione internazionale senza dover controllare direttamente ogni giornale o emittente televisiva straniera.
Le rivelazioni di Azaiza assumono particolare rilievo anche per ciò che il giornalista ha raccontato sul massacro del 7 ottobre 2023 in Israele, perpetrato da Hamas. In quell'occasione, Azaiza ha filmato alcuni ostaggi israeliani mentre venivano aggrediti e picchiati da una folla palestinese, dopo essere stati rapiti e portati nella Striscia di Gaza, per poi spiegare di aver scelto di non pubblicare quelle immagini per il timore che la loro diffusione potesse permettere a Israele di identificare le persone coinvolte.
Questo pone ai media internazionali una domanda scomoda: quante immagini del 7 ottobre e dei giorni successivi non sono mai state pubblicate perché i giornalisti palestinesi temevano le conseguenze di mostrare ciò che era accaduto? E solleva una questione ancora più ampia: quale differenza c'è tra documentare la storia e proteggere una narrazione politica?
Il racconto di Azaiza dovrebbe quindi spingere le organizzazioni dei media che si sono avvalse del suo lavoro, così come di quello di altri giornalisti con base a Gaza e di giornalisti che operano in contesti controllati da altre organizzazioni terroristiche e dai loro sostenitori, a esaminare criticamente le proprie pratiche giornalistiche. Chi ha fornito le informazioni? Chi era presente quando sono state raccolte? Quale materiale non è stato pubblicato? I giornalisti hanno subito pressioni? Gli intervistati erano liberi di esprimersi? Ai palestinesi era consentito criticare Hamas davanti alle telecamere? E soprattutto: le organizzazioni dei media internazionali hanno verificato in modo indipendente le informazioni provenienti da un territorio controllato da un'organizzazione terroristica?
Tali interrogativi riguardano non solo la guerra a Gaza, ma anche la credibilità del giornalismo stesso. Il racconto di Azaiza offre una possibile spiegazione di uno degli aspetti più evidenti della copertura mediatica da Gaza: l'enorme visibilità delle sofferenze dei palestinesi, accompagnata da una visibilità molto più limitata della rabbia dei palestinesi nei confronti di Hamas.
L'intervista ad Azaiza è, in definitiva, un monito sui rischi di accettare senza verifiche la narrazione di una delle parti. Il suo racconto mostra che dietro la telecamera esisteva un'altra realtà: una realtà in cui le critiche ad Hamas potevano sparire dallo schermo, i giornalisti potevano essere intimiditi e una rete legata al gruppo terroristico poteva contribuire a orientare la narrazione. Non è un dettaglio trascurabile. È un campanello d'allarme.
L'analista politico palestinese Ahmed Fouad Alkhatib ha così commentato il 18 settembre scorso:
"Motaz Azaiza, un giornalista di Gaza evacuato durante la guerra e una persona che in passato mi ha rivolto personalmente pesanti attacchi, sta finalmente dicendo apertamente ciò che pensa. I 'giornalisti' con base a Gaza, che lavorassero per Al Jazeera, Hamas, testate straniere o sui social media, praticavano sistematicamente l'autocensura e occultavano le posizioni contrarie ad Hamas all'interno della Striscia. Il loro obiettivo era mantenere una narrazione incentrata esclusivamente su Israele, mettendo a tacere ogni forma di dissenso, ogni critica ad Hamas e ogni voce capace di rappresentare la pluralità delle posizioni palestinesi. Azaiza racconta inoltre di essersi scontrato con quelli che definisce 'giornalisti', pronti a spegnere le telecamere ogni volta che gli abitanti di Gaza criticavano Hamas o cercavano di ritenerlo responsabile della catastrofe che, a loro avviso, aveva provocato, dal 7 ottobre in poi, fino alla devastante mitologia della 'resistenza' che ne è seguita. Perciò, a chiunque ripeta che a Gaza sono stati uccisi 'più giornalisti che durante la Seconda guerra mondiale e la guerra del Vietnam messe insieme', la domanda è: chi viene definito 'giornalista' e cosa viene considerato giornalismo in un territorio interamente controllato da un'organizzazione estremista violenta, responsabile di gravi violenze e repressione?"
L'intervista ad Azaiza mette in luce un aspetto importante: il processo attraverso cui le informazioni provenienti da Gaza arrivavano al resto del mondo non era così indipendente come molti avevano creduto. La situazione non è cambiata, perché la maggior parte degli abitanti di Gaza continua a vivere sotto il governo di Hamas. La questione, dunque, non riguarda soltanto ciò che le telecamere mostrano, ma anche quello che resta fuori dall'inquadratura.
Khaled Abu Toameh è un pluripremiato giornalista che vive a Gerusalemme.
