
La spettacolare operazione militare americana che all'inizio di quest'anno ha rimosso dal potere il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha inevitabilmente suscitato paragoni tra gli strateghi alla ricerca di soluzioni alla crisi iraniana.
Quando Maduro fu catturato durante un'incursione statunitense il 3 gennaio 2026, l'operazione venne ampiamente interpretata come una dimostrazione eclatante della determinazione americana sotto la presidenza di Donald J. Trump. La rimozione di Maduro ha allentato la presa della dittatura venezuelana sul potere e innescato un rapido riassetto politico a Caracas. Washington ha ottenuto rapidamente dichiarazioni d'impegno sulla produzione petrolifera, sulla trasparenza finanziaria e sulla parziale ristrutturazione del colosso energetico statale PDVSA. La produzione di greggio, crollata da circa 3,2 milioni di barili al giorno nel 1998 a circa 800 mila alla fine del 2025 dopo decenni di corruzione e cattiva gestione, ha iniziato una graduale ripresa grazie all'intervento delle compagnie energetiche statunitensi per rilanciare le attività estrattive nella Fascia dell'Orinoco, area che ospita alcune delle più grandi riserve mondiali di petrolio pesante.
In cambio dell'allentamento delle sanzioni e degli aiuti per la ricostruzione, la leadership ad interim del Venezuela ha accettato un considerevole livello di supervisione politica ed economica da parte degli Stati Uniti. I contatti diplomatici sono ripresi, diversi prigionieri politici sono stati rilasciati e alcuni settori dell'élite venezuelana hanno mostrato una pragmatica disponibilità ad adattarsi alla nuova realtà geopolitica.
Questa flessibilità non ha rispecchiato un'improvvisa conversione ideologica, ma ha piuttosto messo a nudo la reale natura del sistema politico venezuelano: non uno Stato rivoluzionario disciplinato, bensì un regime petrolifero cleptocratico in cui ufficiali militari, intermediari del regime e reti criminali si contendevano l'accesso alle entrate petrolifere e al clientelismo. Con la caduta di Maduro, questi attori hanno rapidamente ricalibrato i propri interessi, avviando una cooperazione con Washington per preservare le proprie posizioni, smascherando così la "rivoluzione bolivariana" come poco più di una patina retorica che celava una corruzione sistemica.
Questa struttura pragmatica spiega il motivo per cui il sistema venezuelano ha assorbito lo shock così rapidamente. Sebbene il predecessore di Maduro, l'allora presidente Hugo Chávez, avesse costruito la propria legittimità sul linguaggio del socialismo e dell'antimperialismo, il sistema da lui creato si è gradualmente evoluto in un ordine ibrido che combina il controllo statale delle industrie strategiche con un diffuso clientelismo criminale.
I procuratori statunitensi accusavano da tempo Maduro e diversi suoi collaboratori di gestire quello che gli inquirenti chiamavano il Cartel de los Soles ("Cartello dei Soli"), che avrebbe facilitato il traffico di cocaina dalla Colombia attraverso il territorio venezuelano verso l'America Centrale e gli Stati Uniti. All'interno del Paese, alti ufficiali delle forze armate controllavano le rotte del contrabbando, manipolavano i mercati dei carburanti sovvenzionati e traevano profitto dalle licenze di importazione in un sistema in cui la corruzione era diventata il principale meccanismo di governo.
Perfino il Partito Socialista Unito al potere ha operato più come una rete clientelare che come avanguardia ideologica, distribuendo l'accesso alle risorse statali. Quando le sanzioni statunitensi si intensificarono nel 2019 le esportazioni di petrolio crollarono da oltre 1,5 milioni di barili al giorno a meno di 400 mila, eppure il regime reagì non difendendo la dottrina socialista, ma espandendo l'estrazione illegale dell'oro e intensificando i legami con le reti criminali transnazionali.
In un contesto del genere, sostanzialmente laico e incentrato sull'economia, la lealtà può dissolversi rapidamente con il mutare degli equilibri di potere. Dopo la rimozione di Maduro, molte figure dell'élite venezuelana hanno compreso che per sopravvivere fosse necessario scendere a compromessi con Washington piuttosto che opporre resistenza, il che ha portato rapidamente a un riallineamento politico che ha rafforzato l'influenza americana nell'emisfero occidentale.
L'Iran, tuttavia, rappresenta un organismo politico fondamentalmente diverso. Confondere i due sistemi potrebbe portare a disastrosi errori strategici. La Repubblica Islamica dell'Iran non è semplicemente un governo autoritario mascherato da linguaggio ideologico; è uno Stato ideologico la cui architettura istituzionale è stata deliberatamente costruita per preservare ed espandere una dottrina rivoluzionaria.
Dopo il rovesciamento dello Scià Mohammad Reza Pahlavi nel 1979, ogni componente principale della Repubblica Islamica, dall'Ufficio della Guida Suprema al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), è stata concepita per difendere la dottrina del Velayat-e Faqih ("il governo dei giureconsulti"), che conferisce al Leader Supremo l'autorità politica suprema. L'IRGC comanda circa 190 mila effettivi, oltre a centinaia di migliaia di riservisti, controlla vasti conglomerati economici che spaziano dall'edilizia all'energia e alle telecomunicazioni, e sovrintende alla milizia Basij. un'organizzazione di massa i cui membri sono stimati in milioni e il cui scopo è imporre violentemente la conformità ideologica e reprimere il dissenso.
A differenza dell'élite militare venezuelana, la cui lealtà dipende in ultima analisi da incentivi finanziari, l'apparato di sicurezza iraniano si è sempre considerato il custode armato di una missione rivoluzionaria islamica di natura sacra. Questo impegno ideologico spiega perché Teheran abbia investito enormi risorse nella costruzione di una rete regionale di forze proxy, tra cui Hezbollah in Libano, milizie sciite in Iraq, gruppi armati in Siria e il movimento Houthi in Yemen, collettivamente note come "Asse della Resistanza". Queste organizzazioni non sono semplici strumenti geopolitici: sono estensioni della narrazione ideologica che definisce l'identità della Repubblica islamica.
Anche durante periodi di grave crisi economica, quando la valuta iraniana perse quasi il 90 per cento del suo valore tra il 2018 e il 2023 a causa della reintroduzione delle sanzioni, il regime ha continuato a finanziare questi gruppi proxy: abbandonarli significherebbe rinunciare alla missione rivoluzionaria su cui si fonda la sua legittimità.
Recenti raid aerei israeliani hanno colpito strutture dell'IRGC, depositi di missili e installazioni di sicurezza in città come Isfahan, un importante centro per l'industria missilistica e aerospaziale iraniana, colpendo i checkpoint dei Basij, istituiti per controllare i disordini interni nelle città. Video che circolano online mostrerebbero diversi di questi checkpoint in fiamme dopo attacchi da parte di attori non identificati, suggerendo che l'apparato di sicurezza del regime stia affrontando crescenti pressioni interne. Eppure, nonostante queste perdite, la struttura ideologica della Repubblica Islamica rimane in gran parte intatta. Questo evidenzia ulteriormente la profonda differenza tra regimi basati sulla corruzione e sistemi ideologici. Le reti clericali, le strutture di comando dell'IRGC e le milizie indottrinate continuano a funzionare come un ecosistema integrato in grado di rigenerare l'autorità politica anche quando i singoli leader vengono rimossi.
Secondo notizie non confermate, successive ai recenti raid aerei, figure di spicco della leadership iraniana potrebbero essere state uccise o rese inabili, eppure il sistema ha rapidamente generato nuovi responsabili decisionali e sembra aver mantenuto la continuità del comando. Questa resilienza è tipica dei regimi ideologici il cui assetto istituzionale garantisce la sopravvivenza anche al di là di un singolo leader. La stessa Repubblica Islamica ha superato la morte del suo fondatore, la Guida Suprema l'Ayatollah Ruhollah Khomeini, nel 1989, effettuando una transizione senza intoppi verso una nuova struttura di leadership sotto la guida dell'Ayatollah Ali Khamenei, pur preservando il medesimo quadro rivoluzionario.
Applicare il modello venezuelano all'Iran non solo sarebbe un fallimento, ma rischierebbe di creare una pericolosa illusione di successo, lasciando intatta l'infrastruttura ideologica di base. Secondo alcuni analisti occidentali, una volta che la pressione militare avrà indebolito Teheran, si potrebbero avviare negoziati con le fazioni presumibilmente pragmatiche all'interno del regime, consentendo il mantenimento di alcuni elementi dell'attuale struttura politica in cambio di concessioni sullo sviluppo di armi nucleari e sull'aggressione regionale.
Questa mentalità fraintende la natura dei sistemi ideologici, che tendono a vedere il compromesso non come una trasformazione strategica, bensì come una tattica temporanea volta a preservare la rivoluzione fino a quando le circostanze non cambieranno.
Il comportamento dell'Iran in seguito il Piano d'Azione Congiunto Globale (JCPOA) del 2015 evidenzia lo stesso schema. Pur dichiarandosi pubblicamente aperta al dialogo diplomatico, Teheran ha continuato a portare aventi il suo programma nucleare, lo sviluppo e il dispiegamento di missili balistici, ampliando al contempo la rete dei suoi proxy regionali. Indagini condotte dalle agenzie di intelligence occidentali hanno rivelato una serie di complotti iraniani finalizzati a perpetrare uccisioni e di campagne di intimidazione contro dissidenti e figure politiche all'estero. Negli ultimi anni, le autorità di diversi Paesi europei, tra cui Danimarca, Paesi Bassi e Francia, hanno scoperto reti legate ai servizi segreti iraniani che stavano pianificando attacchi contro oppositori del regime.
Lasciare intatto il quadro ideologico della Repubblica Islamica equivarrebbe, dunque, a lasciare un tumore maligno all'interno del corpo dopo un intervento chirurgico: i sintomi potrebbero attenuarsi temporaneamente, ma la malattia di fondo continuerebbe a progredire fino a ripresentarsi inevitabilmente.
La lezione strategica è dunque chiara. Il modello venezuelano ha avuto successo perché il regime a cui è stato applicato era fondamentalmente pragmatico, corrotto e flessibile. Il regime iraniano non possiede nessuna di queste caratteristiche. La Repubblica Islamica è stata concepita per sopravvivere a crisi di leadership, difficoltà economiche e pressioni esterne proprio perché le sue istituzioni sono tenute insieme da un'ideologia religiosa piuttosto che da mero clientelismo. Qualsiasi strategia che punti esclusivamente a rimuovere i singoli leader, senza però smantellare l'apparato ideologico che li sostiene, è destinata al fallimento.
Una vera stabilità in Iran non potrà prescindere dallo smantellamento dell'infrastruttura ideologica del regime: il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, la milizia Basij e il monopolio clericale sull'autorità politica. Una tale trasformazione non può essere imposta interamente dall'esterno, ma dovrà emergere dall'interno della stessa società iraniana.
Tuttavia, è ingenuo e controproducente per l'amministrazione Trump immaginare che civili disarmati, senza alcun aiuto esterno, possano realisticamente prevalere contro forze di sicurezza statali pesantemente armate e determinate. L'auspicio può essere comprensibile, ma un numero ancora maggiore di civili, oltre ai 40 mila già massacrati, è destinato a subire la stessa sorte. L'amministrazione Trump deve fornire loro guida e sostegno.
Dalle proteste studentesche del 1999 al Movimento Verde del 2009, fino alle manifestazioni nazionali seguite alla morte di Mahsa Amini nel 2022, milioni di iraniani hanno ripetutamente dimostrato il loro desiderio di un sistema politico libero dal dominio teocratico. Se la violenta repressione da parte dell'IRGC e dei Basij dovesse finalmente cessare, la comunità internazionale dovrebbe essere pronta a sostenere le forze in grado di costruire un nuovo ordine politico che non sia né islamista né comunista. Qualsiasi altra soluzione consentirebbe alla stessa macchina ideologica di rigenerarsi sotto un nome diverso, garantendo il ritorno della crisi e il fatto che tra cinque o dieci anni ci troveremmo ancora a combattere essenzialmente lo stesso regime, ma con ayatollah diversi.
