Quando il Mossad, l'agenzia di intelligence israeliana ha pubblicamente rivelato nel novembre scorso di aver aiutato i Paesi europei a smascherare un'infrastruttura terroristica di Hamas "nel cuore dell'Europa", inclusi depositi d'armi e piani per colpire obiettivi ebraici e israeliani, non ha fatto altro che confermare ciò che i professionisti dell'intelligence avevano avvertito dopo il 7 ottobre 2023, ossia che la guerra a Gaza non è più circoscritta. È stata esportata, a livello operativo, sul suolo europeo.
Già nel dicembre 2023, le autorità tedesche, olandesi e danesi avevano arrestato alcuni membri di Hamas accusati di preparare attentati contro istituzioni ebraiche in diversi Paesi europei. Secondo i pubblici ministeri, si trattava di membri di lunga data di Hamas, incaricati di accumulare armi a Berlino. Da allora, i rapporti dei servizi segreti e di sicurezza hanno parlato di una "possibilità realistica" che la guerra tra Hamas e Israele incoraggi le reti in tutta l'Europa occidentale a passare dalla propaganda ad attentati con numerose vittime.
Il rapporto 2025 di Europol sulla situazione e l'evoluzione del terrorismo ha apertamente riconosciuto che il conflitto di Gaza ha ridefinito il quadro delle minacce all'interno dell'UE. La prefazione avverte che le guerre oltre i confini europei, includendo esplicitamente Gaza, alimentano la radicalizzazione, la propaganda e la pianificazione operativa in seno agli Stati europei. Parallelamente, i media riportano che, dal 2023, le autorità europee hanno silenziosamente sventato diversi complotti legati ad Hamas, Hezbollah e all'Iran.
Dietro questi complotti si nasconde una solida infrastruttura di Hamas in Europa che risale a molto prima del 2023. Uno studio dettagliato della George Washington University illustra come Hamas abbia costruito vaste reti di raccolta fondi e logistiche nei Paesi occidentali, utilizzando organizzazioni benefiche, ONG (spesso finanziate dall'Europa) e attività di facciata i cui nomi e persone giuridiche vengono costantemente modificati per raggirare le autorità. Questi stessi Paesi, avvertono gli autori dello studio, sono terreno fertile per future operazioni terroristiche in Occidente.
Nel 2024, la Foundation for Defense of Democracies ha sintetizzato una nuova ricerca condotta da ELNET che ha identificato 30 organizzazioni e figure legate ad Hamas attive nel Regno Unito, in Germania, Italia, Belgio e nei Paesi Bassi. Questi gruppi includono associazioni della "società civile", organizzazioni umanitarie e piattaforme di lobbying che diffondono la narrazione di Hamas mantenendo stretti legami personali con noti estremisti. Essi operano con "relativa libertà", nonostante Hamas sia stata ufficialmente designata come organizzazione terroristica sia dall'UE che dai singoli Stati.
La Germania, a suo merito, ha affrontato questo problema in modo più deciso rispetto alla maggior parte degli altri Paesi. Berlino non solo ha messo al bando Hamas e la rete internazionale Samidoun, ma ha anche iniziato a mettere fuori legge i "gruppi di solidarietà" locali le cui attività glorificano il terrorismo e promuovono l'agitazione antisemita. Il Ministero dell'Interno tedesco ha riferito che circa 450 membri di Hamas sono attivi nel Paese e coinvolti in attività di propaganda e raccolta fondi, e ha ordinato raid contro gruppi come Palestine Solidarity Duisburg per aver sostenuto Hamas sotto la copertura dell'attivismo.
Tuttavia, anche in Germania ogni divieto imposto a una struttura sembra essere seguito dalla nascita di un'altra. NGO Monitor ha documentato come Samidoun, ufficialmente collegata all'organizzazione terroristica PFLP, abbia semplicemente ispirato reti successive come ad esempio Masar Badil, che i media tedeschi definiscono strettamente collegata ad Hamas, alla Jihad Islamica Palestinese e agli Houthi dello Yemen. Le autorità belghe hanno revocato il permesso di soggiorno al coordinatore europeo di Samidoun solo nel 2025, dopo che questi aveva pubblicamente elogiato il massacro del 7 ottobre.
La raccolta fondi e la logistica sono soltanto una parte della storia. Hamas investe molto anche nell'indottrinamento, in particolare tra gli studenti. Un report dell'Università dell'Indiana mostra come una rete transnazionale di ONG e gruppi universitari diffonda narrazioni antisemite e pro-Hamas, coordinate a livello transnazionale e amplificate dai social media. Il messaggio è semplice: Israele è "coloniale", gli ebrei sono "coloni" e la violenza contro di loro è "resistenza".
I risultati sono visibili nei campus europei. Un'ondata di "accampamenti a Gaza" nel 2024-2025 ha importato la retorica della "globalizzazione dell'intifada" nelle università da Parigi a Berlino e Glasgow. In Scozia, nell'anniversario del 7 ottobre, gli studenti hanno sfilato con uno striscione che proclamava "Gloria ai nostri martiri", celebrando apertamente le atrocità di Hamas. Sondaggi e rapporti rilevano attualmente un forte aumento, dal 2023, degli episodi di antisemitismo e intimidazione nelle università europee.
È qui che "l'attivismo palestinese" diventa uno scudo protettivo per le cellule estremiste. I manifestanti pacifici esistono certamente, ma in molti casi gli stessi manifestanti che gridano "Dal fiume al mare" forniscono anche copertura, logistica e spazi di reclutamento per gli operativi che lavorano a stretto contatto con Hamas o con altre organizzazioni terroristiche. I partecipanti alle manifestazioni di protesta europee hanno ripetutamente esibito bandiere di Hamas, scandito elogi agli attentatori del 7 ottobre e appelli a "ripetere" il massacro, il tutto sotto l'etichetta della tutela dei "diritti umani".
Le forze dell'ordine vedono il problema più chiaramente dei politici. Gli stessi report dell'UE che parlano delicatamente di "estremismo violento" in pubblico descrivono anche, a porte chiuse, come la propaganda online, le reti della diaspora e i conflitti mediorientali interagiscano per creare ecosistemi terroristici ibridi in Europa. I servizi segreti israeliani ed europei forniscono regolarmente briefing su come l'Iran, Hezbollah e Hamas coordinino la sorveglianza di obiettivi ebraici in città come Berlino.
Ciononostante, a livello politico, l'Europa continua a rifiutarsi di dare un nome al nemico ideologico: un progetto islamista che mira apertamente allo sradicamento di Israele e si estende fino a sostenere l'eliminazione degli Stati Uniti e l'Occidente. "Lo Stato ebraico è il primo a soffrirne", osserva la giornalista del Jerusalem Post Liat Collins, "ma i circa 50 Paesi a maggioranza musulmana e il mondo nominalmente cristiano sono tutti nel mirino".
Clifford May, presidente della Foundation for Defense of Democracies, ha spiegato come i governi europei si affrettino a riconoscere uno Stato palestinese anche se Hamas li ringrazia per aver premiato la sua "resistenza". Questa stessa dissonanza cognitiva pervade le istituzioni dell'UE che condannano il "terrorismo" in astratto, mentre finanziano generosamente le ONG che ne glorificano gli autori.
Il fatto che l'Europa si ostini a negare minacce intangibili che le stanno davanti agli occhi ha purtroppo conseguenze estremamente tangibili. Per anni, i tribunali e le autorità di regolamentazione occidentali hanno cercato di distinguere tra l'ala "militare" di Hamas e le sue cosiddette branche 'politiche" o "sociali", una distinzione questa che molti esperti seri considerano fantasiosa. Gli studi sui finanziamenti ad Hamas rilevano che le organizzazioni di copertura che operano in ambito sociale e religioso sono parte integrante degli attacchi terroristici del movimento: riciclano denaro, reclutano simpatizzanti e creano spazi sicuri in cui il sostegno al terrorismo può prosperare sotto una copertura "umanitaria".
La stessa "ambiguità" domina il discorso su "l'attivismo palestinese". Quando la Germania mette al bando Samidoun o un piccolo gruppo locale di facciata, le ONG e gli accademici denunciano la mossa come una "repressione'" da parte della società civile. Quando il Belgio interviene contro un uomo che elogia il massacro del 7 ottobre, le reti di attivisti gridano che la "solidarietà" viene criminalizzata. In questa narrazione, è sempre lo Stato, mai l'infrastruttura terroristica, a essere sotto processo.
Nel frattempo, le comunità ebraiche europee vivono sotto assedio. Le sinagoghe necessitano di una protezione simile a quella di una fortezza, le scuole ebraiche assomigliano a basi militari e i turisti israeliani vengono avvertiti dal proprio governo di evitare di mostrare qualsiasi segno visibile di identità ebraica o israeliana quando viaggiano. Il drastico aumento degli episodi di antisemitismo in tutta Europa dopo il 7 ottobre 2023 può essere direttamente collegato all'agitazione pro-Hamas, anche se i funzionari fingono che l'odio non abbia "nulla a che fare" con i conflitti importati dal Medio Oriente.
La guerra che è stata esportata da Gaza in Europa si basa su tre pilastri: denaro, indottrinamento e cellule operative. Tutti e tre sono radicati in strutture che si autodefiniscono "solidarietà palestinese" od "organizzazioni per i diritti umani". Finché i governi europei accetteranno questa finzione, il continente rimarrà sia una base finanziaria che un potenziale campo di battaglia per Hamas e i suoi sponsor qatarioti, turchi e iraniani.
Come dovrebbe essere una politica seria? Innanzitutto, deve comportare il pieno smascheramento e l'ampliamento delle attuali designazioni terroristiche: non solo la messa al bando di Hamas come entità astratta, ma la chiusura dei suoi gruppi di facciata e delle sue "organizzazioni benefiche", nonché l'incriminazione di coloro che finanziano o glorificano la sua violenza. In secondo luogo, occorre subordinare tutti i finanziamenti alle ONG palestinesi a un netto e categorico rifiuto del terrorismo e dell'incitamento. Basta con i finanziamenti americani o europei per le organizzazioni che celebrano i "martiri" terroristi e insegnano ai bambini a odiare gli ebrei, i cristiani o qualsiasi altro gruppo razziale o religioso.
In terzo luogo, l'Europa deve finalmente affrontare la questione dell'indottrinamento. Ciò significa ritenere le università responsabili dei gruppi studenteschi che inneggiano al terrorismo sotto la copertura accademica, applicare le leggi esistenti contro l'incitamento e proteggere gli studenti ebrei e filoisraeliani con lo stesso zelo dimostrato per ogni altra minoranza. Significa anche riconoscere l'ovvio: quando i manifestanti scandiscono slogan come "Globalizzare l"Intifada", non stanno invocando la pace, ma l'espansione di una guerra jihadista globale.
Infine, gli europei devono abbandonare l'illusione che la "causa palestinese" sia una protesta innocua e scollegata dal terrorismo. La stessa Hamas, sostenuta da Qatar, Turchia e Iran, ha spiegato più volte che l'Europa fa parte del loro campo di battaglia. C'è solo da chiedersi se i leader europei presteranno ascolto ai propri servizi di polizia e di intelligence, e al Mossad israeliano, o se continueranno a fingere che una guerra che infuria contro di loro non ha un nome e non esiste.
Pierre Rehov, laureato in giurisprudenza all'Università di Parigi-Assas, è un giornalista, scrittore e documentarista francese. È autore di sei romanzi, tra cui "Beyond Red Lines", " The Third Testament" e "Red Eden", tradotti dal francese. Il suo ultimo saggio sulle conseguenze del massacro del 7 ottobre, "7 octobre - La riposte" è diventato un bestseller in Francia. Come documentarista, ha diretto e prodotto 17 film, molti dei quali realizzati in zone di guerra in Medio Oriente e incentrati sul terrorismo, la faziosità dei media e la persecuzione dei cristiani. Il suo ultimo documentario, "Pogrom(s)", esplora il contesto dell'antico odio verso gli ebrei all'interno della civiltà musulmana come motore principale del massacro del 7 ottobre.
