
Il 4 maggio scorso, la Repubblica Islamica dell'Iran ha lanciato una nuova ondata di attacchi con droni e missili contro gli Emirati Arabi Uniti, stretto alleato degli Stati Uniti e Paese non in guerra con l'Iran. Questo attacco è avvenuto nonostante l'accordo di cessate il fuoco siglato l'8 aprile scorso.
Colpendo gli Emirati Arabi Uniti, Teheran ha chiarito in modo inequivocabile un punto, ossia che non rispetta i cessate il fuoco, il diritto internazionale e nemmeno la moderazione.
Gli Stati Uniti hanno offerto a Teheran numerose opportunità. Il regime non ha superato alcuna prova di credibilità. Ha mentito sulle sue ambizioni nucleari, armato gruppi terroristici proxy, destabilizzato il Medio Oriente, minacciato le rotte marittime commerciali, represso il proprio popolo e ha costruito una macchina bellica regionale dietro la facciata diplomatica.
La questione ora è se gli Stati Uniti e Israele siano disposti a neutralizzare la capacità del regime di condurre guerre, finanziare il terrorismo, intimidire i Paesi del Golfo e ricattare la comunità internazionale.
L'obiettivo non è la guerra contro il popolo iraniano. La popolazione iraniana è la prima vittima della Repubblica islamica. L'obiettivo è distruggere l'architettura militare, finanziaria, politica e coercitiva del regime.
L'errore strategico delle politiche adottate in passato è stato quello di considerare Teheran un interlocutore difficile, ma gestibile sul piano negoziale. In realtà, il regime è un sistema di sicurezza rivoluzionario, le cui priorità sono la sopravvivenza, l'intimidazione regionale e l'espansione ideologica. In questa logica, ogni segnale di debolezza viene interpretato come un incentivo, ogni concessione ne rafforza le risorse e ogni ritardo rende un futuro confronto ancora più rischioso.
Un regime che attacca oggi gli Emirati Arabi Uniti continuerà a minacciare le rotte marittime domani. Un regime che sopravvive a ogni crisi con la sua struttura di comando intatta può in seguito mettere alla prova le forze americane in modo più diretto. Ogni risposta incompleta insegna a Teheran che l'escalation funziona.
Gli Stati Uniti devono quindi andare oltre la gestione della crisi. La riapertura dello Stretto di Hormuz è necessaria, ma non sufficiente. Hormuz è l'unico strumento di coercizione iraniana. Il problema principale è il regime che utilizza Hormuz, i proxy, i missili, i droni, il terrorismo e le violazioni del cessate il fuoco come strumenti di pressione.
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) costituisce il sistema operativo centrale del regime. Oltre a svolgere funzioni di repressione interna, è incaricato dell'esportazione del terrorismo, della gestione della guerra per procura, del controllo di settori economici strategici e della tutela dell'élite al potere. La sua infrastruttura missilistica, la produzione di droni, le operazioni di disturbo navale, i centri di comando, i canali di approvvigionamento di armi e i legami con le milizie straniere devono essere neutralizzati. Un indebolimento temporaneo non è sufficiente. Bisogna colpire anche la capacità del regime di ricostruirsi.
Il secondo pilastro è rappresentato dall'architettura economica che sostiene il regime. La Repubblica Islamica si regge in vita grazie a banche, porti, reti di navigazione, case di cambio, contrabbando di petrolio, società di copertura, canali dell'oro, fondazioni, operatori commerciali privilegiati e collaboratori economici. Le sanzioni individuali contro i comandanti non sono più sufficienti. Washington dovrebbe orientarsi verso una strategia di distruzione della rete: identificare i nodi finanziari e logistici, smascherarli, imporre misure sanzionatorie, procedere al congelamento o al sequestro degli asset e interrompere l'universo commerciale che alimenta tanto il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica quanto l'élite politica al potere.
Il terzo pilastro è costituito dalla rete di proxy. L'Iran spesso evita di assumersi la responsabilità diretta delle proprie azioni combattendo attraverso milizie, cellule terroristiche, unità cibernetiche e attori regionali alleati. Questo modello deve essere disarticolato. Qualsiasi gruppo sostenuto da Teheran che minacci le forze americane, Israele, gli Stati del Golfo o i Paesi firmatari degli Accordi di Abramo dovrebbe essere consapevole del fatto che il costo delle proprie azioni non si fermerà ai proxy. Dovrà estendersi al regime che li arma, li addestra, li finanzia e li dirige.
Il quarto pilastro è la repressione interna. Un regime che imprigiona le donne, giustizia i manifestanti, tortura i dissidenti e mette a tacere gli studenti non può essere considerato affidabile nel rispetto degli accordi internazionali. Il popolo iraniano deve ricevere un messaggio chiaro: il conflitto degli Stati Uniti non è contro di loro, ma contro il sistema che ha sottratto il loro Paese, trasformandone la ricchezza nazionale in missili, milizie, corruzione e paura.
L'attacco contro gli Emirati Arabi Uniti è un monito. Teheran vuole mettere alla prova la determinazione degli Stati Uniti nel difendere i propri alleati, proteggere il commercio globale e imporre costi che vadano oltre una mera rappresaglia simbolica. Allo stesso tempo, l'episodio sarebbe inteso come un test della volontà politica americana di impedire che violazioni di cessate il fuoco e attacchi contro partner regionali vengano assorbiti senza conseguenze strutturali. Questo non può accadere.
Il lavoro non sarà concluso con la riapertura dello Stretto di Hormuz, ma lo sarà quando il regime iraniano non potrà più utilizzarlo come strumento di pressione. Il lavoro non sarà concluso con l'introduzione di nuove sanzioni, ma lo sarà quando le arterie finanziarie del regime saranno recise. Il lavoro non sarà concluso con la distruzione di singoli asset militari, ma lo sarà quando il regime non potrà più ricostruire le reti di missili, droni e proxy che gli consentono di minacciare la regione.
Washington ha adottato un approccio basato su pazienza, avvertimenti, diplomazia e moderazione. L'Iran ha risposto con l'inganno, i missili, i droni, la guerra per procura e ora con un attacco contro gli Emirati Arabi Uniti in violazione dell'accordo di cessate il fuoco. A questo punto, la risposta deve essere la forza.
La Repubblica Islamica non deve essere gestita, salvata, né tantomeno ricompensata. Deve essere sconfitta come macchina militare, smantellata come rete economica, isolata come regime politico e indebolita psicologicamente fino a quando l'architettura del terrore che la sostiene non crollerà.
Ahmed Charai è editore del Jerusalem Strategic Tribune e membro del consiglio di amministrazione di numerosi think tank, tra cui l'Atlantic Council, il Center for Strategic and International Studies, l'International Crisis Group, l'International Center for Journalists, il Foreign Policy Research Institute, il Center for National Interest.
