L'accordo sul nucleare civile proposto dal presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump con l'Arabia Saudita rischia di trasformarsi in uno degli errori strategici più pericolosi della politica mediorientale americana degli ultimi decenni. Sebbene i suoi sostenitori lo presentino come una partnership energetica pacifica, destinata a rafforzare i rapporti con un alleato arabo di rilievo, le conseguenze a lungo termine potrebbero rivelarsi devastanti. L'intesa rischia di mettere in discussione decenni di politica americana in materia di non proliferazione, di innescare una corsa agli armamenti nella regione, di rafforzare gli avversari degli USA e di creare rischi per la sicurezza che le future generazioni potrebbero non riuscire a scongiurare.
Il Congresso e l'opinione pubblica americana dovrebbero respingere l'accordo prima che possa creare un precedente in grado di compromettere gli sforzi globali volti a impedire la proliferazione delle armi nucleari.
L'aspetto più controverso dell'accordo proposto riguarda il fatto che, stando a quanto emerso, esso consentirebbe all'Arabia Saudita di sviluppare capacità autonome di arricchimento dell'uranio, nell'ambito di un sistema di garanzie che non raggiungerebbe gli standard di controllo estremamente rigorosi finora richiesti da Washington. Sebbene l'uranio a basso arricchimento venga impiegato come combustibile per i reattori nucleari civili, la stessa tecnologia può, in una fase successiva, essere utilizzata per produrre uranio altamente arricchito, idoneo alla realizzazione di armi nucleari.
La minaccia non è puramente teorica.
Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman aveva reso le proprie intenzioni estremamente chiare già diversi anni fa. "L'Arabia Saudita non intende dotarsi di una bomba nucleare", affermò nel 2018. "Ma non vi è alcun dubbio: se l'Iran dovesse riuscire a sviluppare un'arma nucleare, l'Arabia Saudita seguirà la stessa strada nel più breve tempo possibile".
Queste parole avrebbero dovuto porre fine a qualsiasi discussione sulla possibilità di consentire l'arricchimento dell'uranio sul territorio saudita. Esse rivelano infatti che Riad non considera le capacità nucleari civili esclusivamente come uno strumento per la produzione energetica, ma anche come una potenziale leva strategica di deterrenza nei confronti dell'Iran.
I fautori dell'accordo sostengono che l'Arabia Saudita continua ad essere un alleato strategico degli Stati Uniti e che l'intesa prevede adeguate garanzie di sicurezza. La storia, tuttavia, suggerisce prudenza: i governi cambiano, i regimi cadono, le alleanze si incrinano e un Paese che oggi è considerato un amico, persino all'interno di un sistema di relazioni come quello degli Accordi di Abramo, potrebbe non essere l'alleato di domani.
L'Arabia Saudita è stata teatro di numerosi attentati terroristici perpetrati da al-Qaeda e dall'ISIS. È anche il Paese natale di Osama bin Laden, e 15 dei 19 terroristi responsabili degli attentati dell'11 settembre 2001 erano cittadini sauditi. Sebbene Riad abbia sempre respinto ogni accusa di coinvolgimento diretto in quegli attacchi, il percorso storico del Regno continua a rappresentare un elemento di forte preoccupazione.
La minaccia dell'estremismo islamico rimane tuttora concreta e persistente.
Tra il 2003 e il 2006, al-Qaeda lanciò una violenta insurrezione sul territorio saudita, prendendo di mira istituzioni governative, cittadini stranieri e infrastrutture strategiche. Anche l'ISIS rivendicò numerosi attentati contro moschee, apparati di sicurezza e popolazione civile all'interno del Regno.
Sebbene le autorità saudite abbiano in gran parte neutralizzato queste organizzazioni, la loro stessa esistenza mette in evidenza una realtà che non può essere ignorata: i gruppi estremisti islamisti continuano a vedere il Regno non solo come un terreno di scontro, ma anche come un obiettivo di grande valore strategico. Nessuno è in grado di prevedere quale assetto politico avrà l'Arabia Saudita tra venti o trent'anni. Un futuro scenario di instabilità, una crisi nella successione al potere o un eventuale crollo del regime potrebbero mettere strutture nucleari sensibili, tecnologie o materiali strategici nelle mani di attori i cui obiettivi sono fondamentalmente ostili agli Stati Uniti e ai loro alleati.
Il pericolo maggiore, dunque, non è rappresentato dal principe ereditario Mohammed bin Salman né dall'attuale leadership saudita. Il rischio più grave risiede nell'incertezza legata a chi potrebbe governare il Regno nei decenni futuri. La tecnologia nucleare ha una durata di gran lunga superiore a quella dei regimi politici.
Nessun presidente americano può garantire che la dinastia saudita governerà per sempre. Sconvolgimenti politici, instabilità interna o persino una caduta violenta della monarchia potrebbero un giorno consegnare impianti per l'arricchimento dell'uranio, scienziati nucleari, tecnologie sensibili e materiali utilizzabili per armi nucleari nelle mani di terroristi islamisti.
Una volta che una tecnologia nucleare sensibile sfugge al controllo delle autorità statali non può essere semplicemente recuperata o neutralizzata. Le organizzazioni terroristiche potrebbero servirsi direttamente di competenze o materiali nucleari, oppure trasferirli attraverso i circuiti del mercato nero internazionale a regimi canaglia o ad altri attori non statali. Uno scenario del genere rappresenterebbe un incubo irreversibile per gli sforzi globali di contrasto al terrorismo e di prevenzione della proliferazione nucleare.
L'accordo proposto abbandona inoltre il cosiddetto "gold standard" che per decenni ha guidato la cooperazione nucleare civile degli Stati Uniti. Nell'ambito dell'accordo sul nucleare del 2009 tra Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti (EAU), Abu Dhabi accettò condizioni rigorose che vietavano l'arricchimento domestico dell'uranio e di riprocessare o smaltire il combustibile esaurito, garantendo al contempo un sistema completo di supervisione internazionale. Tali restrizioni ridussero in modo significativo i rischi di proliferazione nucleare.
Stando a quanto riferito, l'accordo saudita rinuncerebbe a molte delle salvaguardie previste in precedenza. Inoltre, non sembrerebbe richiedere a Riad l'adesione al Protocollo aggiuntivo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA), lo strumento che permette agli ispettori di effettuare accessi con breve preavviso anche presso siti non dichiarati, per verificare l'eventuale presenza di attività nucleari segrete.
Se Washington dovesse abbassare i propri standard nei confronti dell'Arabia Saudita, altri Paesi inevitabilmente chiederebbero di ricevere lo stesso trattamento.
Gli Emirati Arabi Uniti probabilmente cercherebbero di rinegoziare il proprio accordo. Turchia ed Egitto quasi certamente rivendicherebbero privilegi analoghi. Russia e Cina potrebbero sfruttare il precedente americano per giustificare misure di controllo meno rigorose nelle loro partnership nucleari in Medio Oriente e in altre regioni del mondo.
Anziché rafforzare il regime globale di non proliferazione nucleare, gli Stati Uniti finirebbero per indebolirlo con le proprie mani.
L'intesa comprometterebbe anche la capacità degli Stati Uniti di contrastare le ambizioni nucleari dell'Iran. Per anni, le amministrazioni americane che si sono succedute hanno ribadito che all'Iran non avrebbe mai dovuto essere consentito di arricchire uranio senza una rigorosa supervisione internazionale, poiché l'arricchimento rappresenta una possibile via verso la realizzazione di armi nucleari. Se all'Arabia Saudita venisse concessa la medesima capacità a condizioni meno stringenti, Teheran accuserebbe immediatamente Washington di applicare un doppio standard.
In effetti, le autorità iraniane hanno già iniziato a sostenere proprio questa tesi. Il portavoce del Ministero dell'Interno iraniano, Ali Zeinivand, ha di recente dichiarato che, qualora nella regione si innescasse una corsa agli armamenti, l'Iran avrebbe "più libertà di azione di chiunque altro", accusando al contempo gli Stati Uniti di adottare due pesi e due misure, consentendo ad alcuni Paesi di sviluppare capacità nucleari e negando ad altri lo stesso diritto.
La credibilità degli Stati Uniti verrebbe inevitabilmente meno se pretendessero che l'Iran rinunciasse a capacità che, al tempo stesso, sono disposti a concedere all'Arabia Saudita.
L'intesa rischia inoltre di dare il via a una pericolosa corsa regionale agli armamenti nucleari. Teheran ha ripetutamente lasciato intendere che reagirebbe a eventuali progressi del programma nucleare saudita. Anche la Turchia ha già avvertito che potrebbe essere costretta a sviluppare capacità analoghe qualora l'Iran dovesse dotarsi di armi nucleari. L'Egitto, a sua volta, finirebbe con ogni probabilità per subire forti pressioni affinché imbocchi la stessa strada.
L'aspetto forse più preoccupante dell'accordo è che dissocia la cooperazione nel settore del nucleare civile da obiettivi diplomatici più ampi.
L'amministrazione Trump considera la cooperazione nel settore del nucleare civile uno strumento di pressione per favorire la normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele nell'ambito degli Accordi di Abramo.
La pace, tuttavia, non dovrebbe mai essere ottenuta al prezzo di concessioni strategiche che mettono a rischio la sicurezza internazionale.
La pace con Israele non è un premio che i Paesi arabi o musulmani possono concedere. Né dovrebbe essere subordinata a contropartite americane sotto forma di tecnologia nucleare o di incentivi strategici.
La pace è innanzitutto nell'interesse dell'Arabia Saudita. Favorisce la stabilità regionale, sostiene lo sviluppo economico, attrae investimenti stranieri e rafforza la sicurezza di tutti gli attori coinvolti. I Paesi arabi e musulmani dovrebbero perseguire la pace con Israele perché ciò risponde agli interessi dei propri cittadini, non perché Washington offre concessioni potenzialmente pericolose.
Una volta che l'arricchimento dell'uranio si sarà diffuso in Medio Oriente, arginarne la proliferazione sarà estremamente difficile. Quando le potenze regionali inizieranno a contendersi il possesso di capacità nucleari, potrebbe non esserci più modo di invertire la rotta. Gli Stati Uniti non dovrebbero essere gli artefici della prossima corsa agli armamenti nucleari in Medio Oriente
Khaled Abu Toameh è un pluripremiato giornalista che vive a Gerusalemme.
