
L'Accordo di Difesa Congiunta della Mecca, siglato da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan il 7 agosto scorso, dovrebbe suonare come un campanello d'allarme per Stati Uniti e Israele. L'intesa prevede che un attacco armato contro uno dei tre Paesi sia considerato un attacco contro tutti e tre. I Paesi firmatari lo hanno presentato come un accordo di natura esclusivamente difensiva, mentre le autorità pakistane e turche ribadiscono che non è rivolto contro alcun Paese in particolare.
Tuttavia, la realtà potrebbe essere ben diversa, e questo è solo uno degli aspetti della questione.
Sebbene l'intesa venga presentata come un passo verso una maggiore autonomia sul piano della difesa, con i Paesi coinvolti chiamati ad assumersi direttamente la responsabilità della propria sicurezza anziché affidarsi quasi esclusivamente agli Stati Uniti (come avviene attualmente per l'Arabia Saudita), il nuovo assetto rischia di produrre "conseguenze inattese".
Gli Stati Uniti sembrano dimenticare che, dopo la Seconda guerra mondiale, l'ultima cosa che desideravano era vedere l'Europa e altre regioni dotarsi di apparati militari forti. In Occidente, molti arrivarono alla conclusione che la Germania avesse di fatto provocato due guerre mondiali nel giro di un secolo e che, più in generale, avesse difficoltà a convivere pacificamente con gli altri. Per gli Stati Uniti, proteggere i propri alleati può essere costoso, ma rinunciare a farlo potrebbe rivelarsi ancora più oneroso.
Lo stesso discorso vale per un'alleanza come quella sancita dall'Accordo della Mecca. A prima vista, l'intesa tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia potrebbe sembrare un modo per consentire agli Stati Uniti di condividere con altri Paesi parte dell'onere della difesa. Ma in una prospettiva più ampia, il patto potrebbe finire per produrre l'effetto opposto, trasformandosi in un onere ben più gravoso per Washington.
Da quasi un secolo, gli Stati Uniti hanno garantito generosamente protezione contro i Paesi che minacciavano l'Occidente e gli interessi occidentali. Ora, con l'Accordo della Mecca, tre importanti Paesi musulmani (due dei quali sono partner di lunga data di Washington e uno è membro della NATO) stanno costruendo un'architettura di sicurezza regionale che non dipende dagli USA.
Per decenni, l'Arabia Saudita ha considerato gli Stati Uniti il principale garante della propria sicurezza. La Turchia continua a essere membro della NATO, mentre il Pakistan intrattiene da lungo tempo con Washington un rapporto in materia di sicurezza complesso e articolato. Ora, questi tre Paesi stanno creando un proprio meccanismo di difesa collettiva.
A quanto pare, alcuni dei tradizionali partner degli USA non ripongono più in Washington la stessa fiducia di un tempo come garante della propria sicurezza. L'Arabia Saudita, in particolare, sembra dichiarare apertamente di non voler più affidare interamente la propria sicurezza agli Stati Uniti.
I Paesi che hanno sottoscritto l'Accordo della Mecca non stanno necessariamente diventando nemici dell'America. Potrebbero tuttavia finire per agire contro gli interessi di Washington e dell'Occidente.
Le radici della diffidenza saudita risalgono a diversi anni fa. Nel 2019, l'Iran fu ritenuto responsabile del devastante attacco contro gli impianti petroliferi sauditi di Abqaiq e Khurais, che provocò un temporaneo blocco di una parte considerevole della produzione petrolifera del Paese.
Eppure, Washington non diede seguito alla risposta militare che, a quanto pare, molti sauditi si aspettavano. L'episodio avrebbe "incrinato profondamente la fiducia dei sauditi negli Stati Uniti". Il Middle East Institute ha scritto che l'attacco iraniano del 2019 e l'assenza di una risposta da parte degli Stati Uniti hanno "di fatto azzerato la fiducia saudita nell'impegno degli Stati Uniti a garantire la sicurezza del Regno".
L'Accordo della Mecca sembra essere un'ulteriore conseguenza di questa perdita di fiducia.
L'Arabia Saudita mette a disposizione della nuova partnership ingenti risorse finanziarie. Il Pakistan vi apporta una solida esperienza militare e, soprattutto, è l'unico Paese a maggioranza musulmana dotato di armi nucleari. La Turchia, invece, contribuisce con una delle forze armate più imponenti della NATO e con un'industria della difesa nazionale in rapida espansione.
Ciò non significa necessariamente che l'ombrello nucleare pakistano sia stato esteso all'Arabia Saudita o alla Turchia. Né implica che i tre Paesi siano automaticamente tenuti a entrare in guerra ogni volta che uno di loro subisce un attacco. Al contrario, i dettagli relativi all'attuazione concreta dell'accordo restano ancora poco definiti.
Il valore simbolico e politico dell'intesa, tuttavia, non va sottovalutato.
Per Israele, lo sviluppo è particolarmente preoccupante, soprattutto perché arriva in un momento in cui le prospettive di una normalizzazione dei rapporti con l'Arabia Saudita appaiono sempre più lontane.
L'Arabia Saudita, che potrebbe aver valutato l'ipotesi di aderire agli Accordi di Abramo, ma ha sempre posto qualche "clausola inaccettabile", e che ha appena ottenuto dal presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump il via libera all'arricchimento dell'uranio destinato ai reattori nucleari, ha scelto di stringere una partnership per la difesa con Turchia e Pakistan, i cui governi mantengono posizioni fortemente ostili a Israele.
Jonathan Spyer, direttore della ricerca presso il Middle East Forum, ha scritto che, prima dell'attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman era spesso considerato, insieme ai leader degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrein, parte di una nuova leadership del Golfo intenzionata a superare le tradizionali rivalità regionali e a puntare su una maggiore cooperazione economica e tecnologica, anche attraverso un rafforzamento dei rapporti con Israele.
"Non si deve dare per scontato che Riad abbia definitivamente rinunciato a questa linea", ha avvertito Spyer, osservando però che, nel Medio Oriente post-7 ottobre, le considerazioni di carattere militare e le "lealtà simboliche di natura religiosa e civilizzazionale" sono tornate ad assumere un ruolo centrale.
L'Accordo della Mecca offre all'Arabia Saudita un quadro strategico di segno opposto, proprio nel momento in cui Washington auspicava che un rafforzamento della cooperazione in materia di sicurezza tra Stati Uniti e Arabia Saudita potesse favorire la normalizzazione dei rapporti tra Riad e Israele.
Il ruolo della Turchia è particolarmente delicato.
Sotto la presidenza di Recep Tayyip Erdoğan, la Turchia si è posta da anni tra gli avversari più ostili di Israele. Ankara ha mantenuto stretti rapporti con Hamas e ha più volte offerto sostegno politico all'organizzazione terroristica (come documentato qui, qui, qui e qui).
Il timore, dunque, è che una Turchia sempre più potente punti a trasformare l'espansione delle proprie capacità militari in una vera e propria egemonia regionale, adottando al contempo un atteggiamento sempre più aggressivo nei confronti di Israele, Cipro e Grecia.
Se, per esempio, la Turchia ottenesse dagli Stati Uniti i caccia con tecnologia stealth F-35 che sta cercando di acquistare e poi attaccasse Israele, provocando una ritorsione israeliana, il Pakistan potrebbe allora sostenere che la Turchia è stata "attaccata" e lanciare armi nucleari contro Israele? È forse proprio questa la prospettiva strategica di lungo periodo che si cela dietro il cosiddetto "patto di difesa"?
Spyer avverte che il nuovo asse tra Turchia, Pakistan e Arabia Saudita si presenta, almeno sul piano retorico, come "un fronte unito e fortemente anti-israeliano". A dimostrarlo, secondo Spyer, sono il recente appello del ministro della Difesa pakistano Khawaja Asif alla creazione di un fronte islamico unito contro Israele e le dichiarazioni di Erdoğan, secondo cui il sionismo rappresenterebbe una minaccia per tutti. Ancora più significativo, rileva Spyer, è il fatto che Turchia e Qatar sono tra i Paesi che hanno fornito un "sostegno concreto" ad Hamas.
L'Accordo della Mecca, dunque, va letto nel più ampio contesto degli equilibri strategici regionali.
La Turchia, inoltre, sta rapidamente estendendo la propria influenza in Siria. Ankara e il Qatar sono tra i principali alleati del governo del presidente siriano Ahmed al-Sharaa, mentre la Turchia ha svolto un ruolo di primo piano nella formazione e nel potenziamento delle nuove forze armate siriane. Israele, Cipro e Grecia devono quindi fare i conti con la prospettiva di una presenza strategica turca sempre più estesa, dalla Siria fino al più vasto mondo musulmano sunnita, sostenuta da una crescente cooperazione militare con il Pakistan, dotato di armi nucleari, e dalle ingenti risorse finanziarie dell'Arabia Saudita.
La Turchia, inoltre, mette a disposizione tecnologie militari all'avanguardia. Ankara e Islamabad hanno progressivamente rafforzato la loro cooperazione nel settore della difesa, anche attraverso progetti congiunti relativi a velivoli, droni e altri sistemi militari. Le risorse finanziarie dell'Arabia Saudita potrebbero imprimere una forte accelerazione a questi programmi.
La Turchia si sta proponendo come capofila di un blocco di matrice islamista sunnita sempre più assertivo. Il Pakistan mira a sfruttare il proprio status di potenza nucleare per accrescere il proprio peso politico, mentre l'Arabia Saudita si candida a finanziarne l'ascesa e, potenzialmente, a diventare un partner sul fronte nucleare.
Anche se l'Accordo della Mecca non dovesse mai trasformarsi in una vera e propria "NATO islamica" e rimanesse in larga misura un'intesa dal valore simbolico, ciò non significa che sia privo di rischi.
Il vero pericolo risiede nella direzione strategica che l'accordo sembra indicare, in risposta alla percezione di un progressivo declino dell'influenza americana, alla crescente potenza turca, al venir meno delle prospettive di un Medio Oriente pacificato e, ora, alla nascita di un nuovo blocco regionale i cui principali membri sembrano guardare sempre più a Israele, Cipro, Grecia e all'Occidente nel suo complesso non come a potenziali partner, ma come ad avversari.
Khaled Abu Toameh è un pluripremiato giornalista che vive a Gerusalemme.
